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Lo sputo protettivo, 104 anni e molto thé: incontro in un villaggio

Questa storia risale ad un mese fa. Ancora non vivevo solo, ancora non mi orientavo per Nairobi. Il mio amico posa una mano sulla mia spalla: “vieni con noi“. Anthony aveva infatti fissato un appuntamento con la storia: comunicare alla nonna che sarebbe partito per il Portogallo, e ivi si sarebbe sposato con la sua dolce metà europea. Unico dettaglio: la nonna ha spento da poco 104 candeline e vive sperduta in un villaggio nella regione di Nyeri.

IMG_9905 RidottaIl viaggio dura qualche ora. Lungo la strada si intravedono, come in vendita, strani sacchi, contenenti cibo e legumi, ma senza anima viva. “Pietro, nessuno ha timore che vengano rubati” asserisce il nostro conducente. Mi legge nel pensiero. “Nessuno fa la guardia ai sacchi, perchè tanto sono protetti“. Incontrare le arti magiche quando meno te le aspetti: “se ne rubi uno, andando così volontariamente incontro a nefaste conseguenze – continua – ti ritrovi senza volere a dover riportare indietro tutto il malloppo!“. Avevo già sentito parlare di queste cose: nei casi peggiori, infatti, può addirittura capitarti un incidente con l’auto o che questa ti vada persino a fuoco. Se sai leggere i segnali prima che sia troppo tardi, se quindi riporti per tempo il maltolto, scampi al sortilegio e ne esci indenne. La discussione, per ammazzare il tempo, verte sul solito paradosso: una marea indicibile di persone corre verso le città, dai villaggi, per cercare fortuna. Si lasciano alle spalle immensi campi coltivati, terreni agricoli produttivi e fecondi, veri paradisi naturali. Ma qua non trovano lavoro. Le speranze sfumano e devono relegare sé stessi nelle slum. In condizioni di vita precarie, malsane. Mi lascio andare ad un sano “ma sono completamente scemi?” ed ottengo così due risposte: “Tsk, sono pigri, non vogliono lavorare. Meglio vivere un’esistenza di stenti, ma senza fare una cippa, piuttosto che farsi il culo e svegliarsi ogni mattina alle 4 per lavorare la terra!“. Rifletto. Sopraggiunge la seconda ragione: “Ma poi, c’è mancanza di cultura. Sta gente corre verso la città per il mito stesso che la città offre. Perchè allora c’è gente che pur vivendo in case di fango e lamiera c’ha l’antenna satellitare per vedersi la tv? Mancanza di cultura, my friend“. Entrambe le risposte, in diversa maniera, sono perfettamente applicabili anche alla realtà italiana, tra IPhone e chi si lamenta che “non c’ha più di che vivere”. Nel mio profondo, però, non sono convinto. Penso si tratti anche di persone che vogliono darsi una chance. E ci sono molte più possibilità che questa arrivi stando vicini agli agglomerati urbani, anche in condizioni pietose. Accanto all’opportunità di cambiare qualcosa nella propria vita, opportunità che non avresti rimanendo sperduto in un villaggio, pur con tutte le comodità. Un po’ li capisco, ma non mi esprimo a riguardo. Nel frattempo, continuo ad avere i miei soliti attacchi repentini di sonno, sbattendo la testa al finestrino. Si potrebbe aggiungere agli altri due momenti topici: quando mi addormentai come un sasso nei sedili posteriori di una Jeep saltando sulle dune del Sahara in Tunisia, o il colpo di sonno che ebbi in taxi in una delle zone più malfamate di Città del Messico.

La nonna ha 104 anni, ma da queste parti arrivano, con comodo, anche a 120. E’ ironico pensare che l’aspettativa di vita in Kenya sia 57 anni, quando chi vive nei campi arriva ad età impressionanti. La sola fame non lo giustifica, sono le malattie che decimano. Oltre ad HIV, Malaria e company, basti pensare a tutti coloro che mangiano la carne di quelle vacche o di quelle capre che si cibano nella spazzatura, tra sacchetti di plastica, copertoni e detergenti, invece che farle pascolare poco distante, dove si vede l’erba crescere rigogliosa. Benedico il mio mangiare vegetariano e capisco perchè Terzani lo sia diventato in seguito al suo soggiorno in India. Questa signora non sembra affatto  avere l’età che ha. Si è sempre presa carico della famiglia, ancor più dopo la scomparsa del marito e della primogenita. Due generazioni di bambini, prima i figli poi i nipoti, sono cresciuti in questa zona giocando a nascondino nelle immense distese di verde, spesso a contatto con scimmie e compagnia bella. Il motto cui erano abituati era No food for free, nel caso non volessero studiare o lavorare i campi. Nei casi poi di recidività estremi, venivano puniti con l’ortica. Nessuna violenza fisica, ma una bella irritazione e bruciore.

IMG_0041 ridottaLa natura cambia radicalmente. Benvenuti in paradiso. Enormi colline, coltivate a carote, zucchine, cavoli, frutti della passione, mango, avocado, ma soprattutto piantagioni di thé. Thè in ogni dove, fin dove l’occhio si perde. Gli enormi campi di loro possedimento sono suddivisi equamente tra lei ed un figlio, zio del mio amico. Mi fanno visitare il posto. “Ci sono sei livelli – mi spiegano – sei qualità diverse di thè. La prima, ovviamente, va in Europa“. Chiedo che animali girino per queste terre. Ogni tanto – rispondono – alcuni elefanti si fanno una passeggiata. Si tratta di eventi più unici che rari, preferiscono altri spazi. Quando capita, la nonna deve allontanarli col fuoco, senza però infastidirli: se li lasci in pace sono mansueti, se li irriti, diventan più pericolosi dei carnivori. Ogni anno, quando fanno una visitina da queste parti, occorre profonda cautela. Basta legger questa notizia, risalente a meno di due mesi fa, ovvero al 1° di Novembre:

ELEPHANTS ATTACK. Farmers from Nyeri LUISOI Kieni in Nyeri county are counting huge losses after a herd of four elephants spent last night destroying their crops on more than 20 acres of land especially potatoes and cabbages, which are on the last stage to harvesting. One farmer Mr.Daniel Ndumia said that even last season the elephants destroyed more than 10 acres of his maize.

IMG_0099 RidottaLa nonna ci invita a mangiare in una strutturina di legno, una bettola grande quanto uno sgabuzzino per gli attrezzi da giardino. Pareti fatte di cartone per mantenere una buona temperatura anche di sera. Portano da mangiare carne e pane, ovvero le uniche due cose che rispettivamente per scelta e per sfiga non mangio. La vedo nera, rifiutare da mangiare è veramente una pessima cosa, ovunque. Colpo di culo, portano una svalangata di riso in bianco e mi chiedono se voglio delle verdure. Anche a sto giro evito la figura dello Mzungu che arriva e non mangia. Ci porta thè col latte, lo bevo a fatica. E’ molto tempo che ho smesso e so per certo che sarà dura digerirlo. Mi chiama Nipote. Terminiamo e ci riaffacciamo sulle immense coltivazioni di thè, che si perdono per chilometri. Continua la nostra visita nella tenuta. Lo zio inizia a spiegarci, ad esempio, che alcuni inglesi vengono ciclicamente da queste parti a raccogliere una strana varietà di fiori. Dicono essere utile solo come ornamento, che non può avere altre funzioni. Dicono che ne sono interessati giusto per non sprecarla, pur essendo il loro valore di mercato quasi inesistente. Insomma, facevano loro quasi un piacere a portargliela via, visto che non valeva nulla. Un giorno una delle lavoratrici dei campi, stava dando proprio questi steli in pasto alle mucche, mescolati con altro foraggio. Nel vedere ciò gli inglesi soprassaltano e prontamente sbottano “Cosa fate, NO! Non datelo alle mucche, ci serve!”. Il colonialismo esiste ancora. Da lì gli agricoltori intuiscono possa esservici un diverso valore, non certo ornamentale, di molto maggiore. La gran parte dei coltivatori della zona, ad esempio, ha saputo solo da relativamente poco tempo dell’importanza nel mercato internazionale dell’Aloe. Prima era reputata una pianta poco produttiva, e i bianchi se ne approfittavano. Torniamo indietro e ci taglia della canna da zucchero. Mangiarne, in un posto sperduto sopra Nyeri, mi riporta a Tlapa de Guerrero, Messico. Alcuni indigeni tlapanecos liberati dal carcere ci offrirono noci di cocco appena tagliate, da cui bere per ristorarsi dal caldo incredibile di quel giorno.

Ultima foto articolo blogArriva il momento della confessione: “Volo in Europa, nonna! ci sposiamo!!“. Dopo un primo momento di incredulità e giubilo, questa prende di colpo la mano del nipote e gli scatarra sopra un sputo poderoso e dal vago, molto vago sapore mistico. Gli stringe la mano più forte di prima e gli parla in Kikuyu. La compagna portoghese, nel frattempo, si allarma: “ma non è che mò me sputa purammè? No vero?” “No no tranquilla – risponde lui – sa bene che per un bianco non sarebbe molto elegante“. Passano due istanti, la nonna le afferra la mano e si ode nella foresta uno sputo primordiale. “Ok non preoccuparti - sorride lui - ci ha appena benedetto e ci ha accordato il suo permesso al matrimonio, proteggendoci da ogni male“. La futura sposa ringrazia a fatica la anziana signora, che continua incessantemente a guardarmi preoccupatissima. Odia le foto e odia che io abbia con me la macchina . Pur essendo cattolicissima, e citando Dio e le Scritture continuamente, pare che in lei, e in molte persone, vi sia ancora una fortissima contaminazione tra vecchie e nuove credenze. Garantendole che non ho fatto neppure una foto, ci congediamo per tornare a Nairobi prima che faccia buio.

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