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Riflessi Condizionati: se uno specchio può salvare la giornata. E il nostro paese.

Articolo risalente a tre anni fa, periodo in cui vivevo a Città del Messico, in chiave odierna.

Il gioco dei riflessi gode da sempre di un ruolo importante nel nostro quotidiano. Prima di salire sull’autobus, la mattina, dobbiamo rifletterci nello specchio per sistemarci. In alternativa, se ci conosciamo già a sufficienza, basta un riflesso automatico, immediato, per scegliere senza troppa angoscia la prima maglietta che ci piace, così su due piedi. Ma almeno uno dei due riflessi, per forza di cose, ci accompagna fin dai primi e più piccoli gesti della nostra giornata, per renderci presentabili.

A Città del Messico, OLYMPUS DIGITAL CAMERAcome in tutte le metropoli, molte persone, per lo più ragazze, decidono di prepararsi e truccarsi direttamente sul trasporto pubblico. Non sarà il massimo guardarsi sul microscopico specchietto del beauty, in movimento e con il rischio di tirarsi una riga di ombretto sulla guancia, ma più o meno ti permette di verificare il tuo aspetto e di limitare al minimo i danni di una faccia ancora stravolta dal sonno.

In Italia la situazione si fa sempre più aspra. L’Europa ci richiama all’ordine, il Gargano affoga sotto le intemperie. Balotelli viene escluso dalla nazionale e gira la voce che Buffon e la D’Amico aspettino un figlio. Anni fa, l’ex ministro Tremonti da Cannes ammetteva candidamente di non leggere giornali per mancanza di tempo, mentre è ancora impressa e limpida l’immagine di migliaia di profughi che cercano salvezza nelle nostre coste. Si scatena un silente putiferio: i comici scherniscono, umiliano la classe dirigente perché vedono che la gente vuole questo, che ormai la politica non merita più rispetto. Le nostre autorità si azzuffano sulle idiozie, molti abbandonano la nave o cercano di farlo il prima possibile. Si punta sulla pancia, “colpa dei terroni”, “colpa degli immigrati”, “colpa del tuo vicino che ruba l’aria che respiri”. Prima dell’avvicendarsi dei governi di coalizione, Casini attendeva nelle retrovie, Renzi organizzava il BigBang, Bersani manifestava, Bossi, dopo aver sdoganato volgarità da bar, ne faceva uso copioso ed incontrollato. Non da meno l’informazione: il Giornale e Libero costruiscono intere prime pagine con titoli ad effetto, ma omettendo spesso e volentieri contenuti di estrema importanza; il sito on-line di Repubblica, oltre l’ormai assodato interesse alle vicende berlusconiane, cui dedicava tre quarti dei suoi servizi, pare ormai un sito di gossip e curiosità, in cui sport, personaggi famosi e lutti la fanno da padrone. Il sito del Pdl pubblicava i successi del governo: “Riavvicinamento Usa-Russia: grazie alla mediazione del presidente Berlusconi, è tornato il sereno nei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa” e la sempre verde “Tagliàti i costi della politica“. Grillo e presunti siti di contro-informazione, sparano boiate di facile presa, abusando di termini quali “Incredibile!”, “Gli fa il culo!”, “Sensazionale” “Non vi vogliono far sapere che..”, privandoli di senso e significato. Tutti cercano la condivisione, il commento, toccare quelle tematiche spinose senza argomentarle né approfondirle, tanto per accendere la discussione, provocare la rissa.

La domanda che sorge spontanea, in tutto questo, è: come può il cittadino formarsi un’idea, su cosa può riflettersi per vedere in che condizioni si trova l’Italia, se la superficie della verità è spesso troppo piccola tra le righe della carta stampata e tra le parole dei Tg? Come coloro che si truccano sugli scomodi sedili dell’autobus in movimento, come possiamo farci un’idea chiara della nostra condizione e rispecchiarci, sballonzolando da una affermazione a un’altra su comunisti ed americani, fascisti e renziani, onnivori e vegani, cattolici e musulmani, ciechi conservatori e transessuali, quando in poche settimane si passa da una posizione a quella esattamente opposta, dal “È COSÌ!!!!” urlato a squarciagola al suo contrario? Come possiamo giudicarci, ora che tutto pare “con o contro”, lasciando da parte ogni oggettività?OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ecco che entra in campo il gioco dei riflessi. Ognuno di noi, nel costruire la propria visione del mondo, fa principalmente riferimento a una componente di istinto personale e a una di riscontro. Della prima fanno parte quei riflessi di reazione immediata, che più o meno autonomamente ti fanno rispondere alle cose con disgusto, con stupore, con rabbia o con approvazione, come assistere a un sopruso, rifiutare un cibo che non ti piace o scegliere una maglietta. C’è poi una componente di rifrazione, ovvero capire dal riflesso che causiamo, anche negli occhi delle persone, ciò che siamo e come siamo interpretati dall’esterno, da coloro che non stanno nella nostra testa e che solo possono giudicarci dalle azioni effettive. Un po’ come chi controlla il proprio aspetto allo specchio prima di uscire, quando pensiamo che il nostro intuito immediato non sia sufficiente. E’ attraverso i riflessi che la maggior parte delle volte riusciamo ad orientarci, ma in queste condizioni, in questo contesto politico e sociale – in cui a livello di informazione tutti si sentono in diritto di dire falsità, di modificare la realtà delle cose, di puntare tutto sull’effetto massa delle idee ripetute a oltranza e, al limite, ad alta voce, dove realmente tutto è il contrario di tutto (dipende solo dalle fonti che utilizzi per informarti) – come possiamo capirci qualcosa, se tutto ciò in cui ci riflettiamo ci appare distorto?

Qui in Messico. Le ragazze sugli autobus, quando non si truccano, leggono libri, ascoltano musica o guardano uno schermo posto in alto per distrarre la gente nelle lunghe ore di traffico e attesa. Nella tv in questione appare il canale dei trasporti pubblici, Tele-Urban, che proprio qualche settimana fa trasmetteva alcune perle su “Come è stata scoperta l’America”. Eppure i messicani che assonnati buttavano un occhio al programma, stavano pestando quel terreno “che era stato scoperto”, terreno che prima di loro altri pestavano, ed erano lì anche prima che arrivassero le caravelle portatrici di civiltà. Di che “scoperta” si tratta per quei messicani i cui geni potrebbero nascondere parte di quella componente indigena che già vi abitava? Ma ancora: in una tavola di dibattito sulle lotte sociali e movimenti popolari in America Latina, un mio amico francese ha raccontato un aneddoto che gli era capitato il giorno prima, sempre sull’autobus e che l’aveva molto stupito: un ragazzo, parlando con lui di Cina e Giappone, si riferiva al continente asiatico come “L’Oriente”. Ciò pare strano se pensiamo che rispetto al Messico è l’Europa a trovarsi ad Oriente, mentre l’Asia si trova a Occidente. Eppure no, anche per un messicano, sfidando le leggi dei poli, l’Asia si trova a Est.

Qui in Italia. Si inizia a pensare che neanche più i riflessi automatici di disgusto e dissenso siano sufficienti a farci capire che tipo di Paese stiamo diventando, perché ormai drogati e assuefatti da un certo tipo di luoghi comuni e di concetti ormai scontati. Si inizia a pensare che anche gli specchi su cui dovremmo rifletterci, come i giornali e la televisione, ci diano visioni falsate della nostra immagine. Si inizia a pensare che quand’anche trovassimo un piccolo spiraglio di verità, saremmo costretti, come le ragazze che si truccano in autobus, a costruirci un’idea delle cose in fretta e furia, in mezzo al trambusto, a riflettere chi siamo e in che condizioni ci stiano vedendo i colleghi, i passanti, il mondo, su superfici non in grado di darci una immagine esauriente di noi stessi. Ed iniziando a pensare questo, ecco che iniziamo seriamente a non capirci più nulla, e come ovvio, non sapremo qual è il nostro aspetto, come siamo ridotti realmente.

Paralleli. Negli aMetro y Metrobus DF ridottautobus, chi non è tanto fortunato da potersi permettere un posto a sedere sul quale senza fretta prepararsi il trucco, senza dover spingere e scalciare nella calca, è costretto ad appigliarsi a qualcosa di stabile, perché ormai rinomata è la capacità di guida degli autisti messicani. Aggrappandoci a qualcosa ci garantiamo l’equilibrio, ma con entrambe le mani occupate potersi truccare e controllare nello specchietto del beauty diventa un’impresa realmente impossibile. Proprio come gli italiani, ormai impegnati a tirare avanti, a stare dietro ai problemi di una politica auto-referenziale che sempre meno permette ai cittadini di riflettersi con il mondo, di capire se si è presentabili, perché ormai siamo tutti occupati a tenerci stretti, per non cadere, per resistere alla pessima guida di chi ci conduce.

Sarebbe bello, un giorno, che nonostante il trambusto del traffico e le frenate brusche, nonostante il vociare di chi vuole imporre la sua opinione, e nonostante le falsità che vanno sedimentandosi nelle menti, vedere che qualcuno, chiunque, possa, in Italia come sui trasporti pubblici messicani, come in una bolla di silenzio ed equilibrio, reggere uno specchio, mirarsi per bene, fin nei dettagli, e sapere come spostarsi il ciuffo. Sarebbe poi bello che questa persona, ormai conscia di sé, suggerisse al vicino come sistemare la frangetta. E così via, in modo che dal riflesso del primo tutti possano ravvivare le occhiaie, sollevarsi il nodo della cravatta, tornare presentabili. Riacquisire una dignità perduta nel tempo, da quando sono scomparsi gli specchi in cui guardarsi con oggettività, non deformati. E chissà che poi, come per magia, non ricompaiano anche i riflessi innati di disgusto, che impediscano una volta per tutte alla rassegnazione e alla stanchezza nei nostri visi, ai colori non azzeccati delle nostre magliette, di farci fare pessime figure saliti sull’autobus che ci porta al lavoro, per dare il nostro contributo a un mondo che si va avanti comunque, ma con una consapevolezza maggiore. Anche senza specchi.

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