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Pachuca e la “Fiesta de quince años”.

TRATTO DA “LA FUENTE DE POLVO Y PALABRAS”, del 24 e 25 Marzo 2012.

Antefatti: Venerdì sera. Decido di non uscire perchè la mattina dopo devo svegliarmi alle 6. Come di consueto trangugio il pasticcone di antibiotico che mi prescrisse la dermatologa alcuni mesi fa per prevenire-curare acne. Lo mando giù con acqua. Per la prima volta da sempre si blocca. In orizzontale, al centro della gola. Penso sia suggestione. Inizio a tastarmelo. No, è proprio lui. Bello incastrato. Sono sicuro mi sorrida da lì dentro. Anche se non mi blocca il respiro – pare infatti sia già nel canale giusto, perlomeno – la cosa inizia a preoccuparmi. Inizio a bere-mangiare di tutto pur di farlo scivolare via. Arrivo addirittura a bere acqua. Non si sblocca. Essendo io persona razionale, mi tiro, tra una scolata e l’altra, fendenti con la mano alla giugulare. Ciò mi causa vomito. In effetti, poi, vomito. Il pasticcone ancora mi sorride da dentro. Sveglio il mio coinquilino francese. Chiedo che ne pensa, se può essere pericoloso. No – risponde – si dissolverà subito. Cerco su internet. Unica soluzione: mangiare mollica di pane. Postilla: I celiaci devono morire.

La mattina seguente mi trovo con le due ragazze con cui vado a Pachuca, stato di Hidalgo. Siamo gasati dalle ottime recensioni del luogo avute. Del tipo: non c’è nulla. Fa cagare. Non c’è veramente nulla. Ti annoi. Incontro in metro le amiche. Arriviamo alla stazione degli autobus, scegliamo quello di ultimissima classe, un baraccone sbaraccato, per pagare poco. Arrivati al terminal ci fanno però salire su quello nuovo di zecca di un’altra compagnia. Avere due ragazze bionde comporta anche stereotipi utili. Spiego la storia del pasticcone. Non ci credono, gli dico di toccare. Ma non serve, è talmente grande che si può vedere a occhio nudo ballare divertito sottopelle. Arriviamo a Pachuca e non è così inutile come si dice. Per arrivare al bellissimo e rilassante parco de El Chico, dobbiam prendere un collettivo fino al centro, da lì un altro collettivo – ovvero miniauto o minibussettini con capienza di una decina di persone massimo – per arrivare al Parque del Chico. Durante il viaggio una vecchia inizia a parlarmi. Sempre con me iniziano a parlare. Mi inizia a raccontare che il parco fa schifo e che non vale la pena vederlo. Le mie due compari smettono di ascoltare. La vecchia inizia a offrirmi presagi di morte. Voi ragazzi soli, in un parco senza nessuno. E stai attento alle tue amiche, le stuprano. Pam. E dire che eravamo in pieno pomeriggio. Quando le mie due compari si re-interessano del discorso vedono che non so come non so perchè, io sto raccontando alla vecchia la mia vita. Scendiamo, ci saluta. Un altro tipo si avvicina a me. Vuole venderci dei “pacchetti avventura” lì giù nel fiume. Declino cordialmente, ma prendo il suo contatto nel caso – mai – dovessi fare un articolo su sport estremi in Messico. Lo stato di Hidalgo, e in particolare la zona intorno a Pachuca, è perfetta per sport estremi e ci sono un mucchio di pacchetti disponibili, per chi volesse farsi spennare. Quando coglie che non siamo turisti tipici e che nutriamo profonda disistima per i pacchetti avventura, preso dagli ormoni cerca di trarre comunque vantaggio da chi ha innanzi. Ed essendo io maschio, è convinto che debba continuare a parlare con me. Prima di andarsene infatti cambia volto, digrigna un sorrisino maniaco, socchiude gli occhi, sussurra di incontrarci un’altra volta. Tutto è ovvio e chiaro: lui porta due messicane, io porto le mie amiche. Penso abbia scambiato il genere femminile per bestioline da compagnia. Un pat pat mentale a lui e l’inizio del cammino per noi. Gitarella al lago, molto bello ma i miei appennini competono alla grandissima con questi posti. Tutto molto carino e naturale, un video in più per i video-relax che ho deciso di fare in giro per il mondo con l’acqua che scorre.Messico-rito-di-passaggio

Nel tardo pomeriggio ci dividiamo. Loro tornano nel Df, perchè il giorno seguente andranno a scalare una parete con l’istruttore. Io cerco un colectivo per raggiungere i miei roomies, che mi hanno invitato alla Fiesta de los XV años della cugina di lei. Festa su cui le mie amiche avevano ironizzato: sapevano che quello era un target col quale andavo forte e immaginavano danni da parte mia. La festa dei quindici anni, qua, è come un matrimonio. Sancisce il momento effettivo di passaggio all’età adulta, laddove la bambina deve lasciare il suo ultimo giocattolo – c’è proprio questo rito, con il gesto concreto dell’abbandono dell’ultimo gioco durante la festa – e prepararsi alla vita adulta. Consiste in una messa, solenne, con moltissimissimi presenti. Poi una cena, lunghissima, con mille portate. Ed essendo che è una cena di livello, non si possono dare comuni tortillas. Perciò cestini di pane. E come primo spaghetti al sugo. Si è orribile, ma qui pare un piatto da cerimonia. Almeno ottima crema di mandorle come antipasto e carne con contorno dopo. Oltre a incredibili costruzioni di frutta coloratissimi in un tavolo da sbafarsi a fine cena. Il celiaco si salva. Io ero seduto al tavolo con la famiglia al completo, unico dei presenti a non essere un parente. Cerco di dimostrarmi sciolto, saluto tutti, cerco di non fare figure. Nervoso, agitato, fuori luogo. Orde di cugini che sbucano come orchi, ma a differenza di Gimli non posso tirargli la mazza in testa, anzi, devo cercarne di imparare i nomi. Entra la festeggiata con una musica stile africano tamburelloso, molto ritmata e piacevole. E’ vestita come una principessa, di viola, ed è seguita da 4 ballerini, più o meno della sua età, anch’essi elegantissimi. E’ usanza a questa festa che la novella quindicenne scelga tra i suoi amici e conoscenti dei paggi, che sono obbligati a presenziare alla festa, ballare con lei, fare gli spettacolini di fronte ai presenti e invitare verso fine serata tutti a ballare. Nel frattempo, lasciandoci alle spalle questo idilliaco contesto giovanile, nel tavolo più lontano, quello dove stavo io, il caro vecchio compare francese già stava iniziando a scolarci nei bicchieri litri di Tequila. A fine serata, tra lui, io e il marito-della-sorella-della-mia-amica, ovvero tra tre persone, sono state finite una bottigliona e mezzo. Questo ha implicato che senza capire più niente, ci buttassimo a ballare a caso, nella mischia, sudando come cretini, con gli zii genitori parenti e chi più ne ha più ne metta. Cercano di farmi ballare con una balenottera dal vestito sgargiante e lo sguardo da fessa. Io mi volto dall’altra parte. Me la portano dall’altra parte. Io mi sposto a ballare in un altro emisfero della terra, per equilibrarne il peso. Il momento più tragico? Quando la festeggiata iniziò a salutare tutti uno per uno. “Ehm, si, sono il coinquilino. Se non mi cacci a calci in culo sono anche simpatico. A volte. Quando non sono asociale. Ok sto straparlando“. Panico. Lei però tranquillissima, prende e se ne va. Momento peggiore passato, cena completa a scrocco guadagnata. Dopo la festa tutti a casa dei nonni, dove passeremo la notte. Gli zii, anch’essi ‘n poco briaghi, iniziano con me e l’amico francese a parlare calorosamente della politica messicana fino a tarda notte. Dopodichè ce ne andiamo a dormire nel pavimento. La mattina successiva la nonna era già li pronta a scarabattare nel cucinotto: decine di tacos con carne, chicharron e una quintalata di salse. La colazione era servita.

N.b. Questa è anche la storia di come il sottoscritto sia entrato di diritto nell’età adulta. Grazie al pillolone oggi posso vantare pure io un sexy pomo d’adamo, che mi permette di dimostrare quella virilità di cui ogni uomo dovrebbe disporre. Grazie pillolone, grazie madre Natura.

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