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Non avrai Timore della Notte, né della Freccia che vola di Giorno

DCIM100MEDIAFin da subito il problema è chiaro. Senza pc e con la corrente elettrica che salta ogni due giorni, posso solo armarmi di penna e taccuino, e partire per i villaggi come un antropologo o giornalista d’altri tempi. La prima tappa è un luogo vicino ad Ongata Rongai, dove risiede il primo dei miei contatti, Tytas, un caro amico di chi mi ospita. Tytas vive con un altro tizio, RastaJohn, in un piccolissimo complesso di minuscole stanze, arrangiate alla bell’e meglio al lato di una tortuosa strada immersa nel verde, tra capre e vacche. Hanno entrambi abbracciato da tempo la fede rastafariana.

«Piacere. Ho sentito molto parlare di te». «Sapevo saresti arrivato. Tu sei “The Rock”». «Come scusa?». «Vieni con me, “The Rock” ti mostro come facevo a prevedere il tuo arrivo». Tytas mi invita sul tetto fatiscente, senza conoscermi ed ignorando gli altri presenti, mi indica il cielo con un dito. «Ti ho visto volare. Da là sei giunto, ma adesso è qui che stai. Zion ti aspettava.». Si volta verso i presenti, spiega che da lì arrivano i voli per Nairobi. «Il destino ha voluto che ci ritrovassimo tutti qui. Proprio come doveva essere». Ho sempre amato i riferimenti al mistico, al destino. Ci ricorda l’assurdità degli eventi, o del caso. Tre anni fa vivevo a Londra, poi sono capitati Messico e Portogallo. Ora eccomi a parlare con un rastafari in un villaggio keniota.

Ci invitano dentro. La deliziosa compagna ci prepara un thè con latte. Ci presentano l’amico, altissimo, magro, con un sorriso rincuorante stampato sul viso e indosso una maglia dei Lakers. Ci sediamo. Iniziano a parlare del più e del meno. Ma Tytas mi chiama a sé, privatamente. Mi accartoccio per terra accanto a lui. Lo stanzino è composto da un solo materasso, una marea di cianfrusaglie, qualche vestito. Un poster di Bob Marley ci saluta dalla parete. Porge domande mirate sulla mia vita. Non Bob Marley. Tytas. Come per avere conferma di ciò che ha in testa. Dopo essersi tirato fuori una polvere marrone non meglio specificata, ed averne testato l’odore, mi spiega che stava scritto. Stava scritto che io fossi lì. Le mie ricerche sulla stregoneria lo dimostravano. Non faccio in tempo a ribattere, che la conversazione generale si sposta di colpo su di me. Dopo avermi spiegato che il loro credo nasce dalle Sacre Scritture, e che viene dall’Etiopia, non dalla Giamaica come tutti pensano, vanno in fibrillazione. Continuano le domande. Sono elettrizzati dalla mia continua ricerca del mistico e per di più scoprono che anche io non mangio più animali. Se già di indole eravamo connessi, con questo i loro occhi si illuminano.

Secondo la visione canonica del rastafarianesimo vi è una fratellanza mistica tra tutte le religioni e i credo, ed in quanto cristiani 2.0 uno dei motti principali non può che essere “Ama il prossimo tuo come te stesso” e deve essere ampliato ad ogni essere vivente.

Rimaniamo da soli nella stanza io, loro due, e un nostro amico. Mi fanno spostare sul divano, devo stare al centro di un triangolo isoscele. La cosa non mi è chiara, ma di lì a poco verrò catapultato nel mio primo vero rituale di benedizione rastafariano. Mi tolgono scarpe e calzini, e mi fanno appoggiare completamente la pianta del piede a terra. Per avvertirla sotto i piedi, per riprendere quell’energia cui non ero collegato da molto, molto tempo. Mi fanno unire pollici ed indici delle mani, formando un asso di quadri. Faccio loro notare che quello, dalle mie parti, è un gesto ben differente. Obbligano il nostro amico comune a leggere il Salmo 91.

You will not fear the terror of night, nor the arrow that flies by day, nor the pestilence that stalks in the darkness, nor the plague that destroys at midday. A thousand may fall at your side, ten thousand at your right hand, but it will not come near you. You will only observe with your eyes, and see the punishment of the wicked.

Dopo la lettura iniziano a benedirmi e oltre al già citato The Rock, mi vengono attribuiti altri nomi, quali The Lion, The Prophet e The Special One. Non me ne voglia Mourinho. La cosa sta assumendo tinte tragicomiche. Da un lato l’importanza del momento, che avverto e sublimo immensamente. Dall’altro, io che sto facendo con le mani il segno della figa, a piedi nudi, in una stanzina nelle periferie di Rongai. Per sfortuna o fortuna veniamo brutalmente interrotti. Alcuni giovinastri stanno entrando nello stanzino per testare l’odore delle sostanze di cui prima. Si crea la fila. Mi presentano a tutti come The Rock e The Lion. Dicono che sono venuto dall’Italia per indagare la stregoneria e che sono pervaso di mistico. Mi vengono presentati come i modelli umani per ogni categoria. Se loro due sono la spiritualità, i ragazzi appena entrati simboleggiano i lavori concreti, le arti e i mestieri. Abbiamo infatti un ingegnere, un supposto futuro pilota di aerei, altra gente. Sorridono smarriti e si siedono accanto a me con gli occhi sbriluccicosi. “Ma quindi.. da te tutti guidano in Ferrari?” chiede uno. “Ma va là!!” Gli fa segno l’altro”Là vanno in giro anche con Lamborghini e Alfa Romeo!“. Faccio loro notare che non è proprio così. “Va là va là, avrete tutte le donne ai vostri piedi” commenta un terzo con una maglia dell’Inter. Qualche altro luogo comune e fortunatamente abbiamo modo di andarcene. Il mio incontro con colui che mi dovrà accompagnare per villaggi l’ho avuto. E sono stato pure benedetto. Gli ricordo che lo contatterò a breve e tornando a casa già penso all’indomani, quando in un bar del centro mi dovrò incontrare con Silvestre, finalmente di etnia kamba, mio riferimento per un altro villaggio.

Village 1

4 Comments

  1. Complimenti, tutto davvero ben scritto. E anche per le fantastiche perle tragicomiche che già morbo ha sottolineato.

  2. “Mi fanno unire pollici ed indici delle mani, formando un asso di quadri. Faccio loro notare che quello, dalle mie parti, è un gesto ben differente”; e poi “Dopo la lettura iniziano a benedirmi e oltre al già citato The Rock, mi vengono attribuiti altri nomi, quali The Lion, The Prophet e The Special One. Non me ne voglia Mourinho. La cosa sta assumendo tinte tragicomiche. Da un lato l’importanza del momento, che avverto e sublimo immensamente. Dall’altro, io che sto facendo con le mani il segno della figa, a piedi nudi, in una stanzina nelle periferie di Rongai”.
    Mi sto sganasciando, come sempre regali minuti di puro divertimento, come sempre c’è del tragicomico che dà al racconto un tocco di leggerezza che forse tu, almeno sul momento, senti solo relativamente, ma poi riesci sempre a ritrovare e raccontare.
    Rimane il dubbio su quale sostantivo dovremo affibbiarti al tuo ritorno in patria. Evidentemente The President i kenioti non l’hanno considerato.

    • Me ne sono capitate molte altre.. ho anche il mio nome Kikuyu ora, ovvero della tribù keniota maggiormente diffusa. Spero di trovare la maniera di portare avanti il blog anche senza PC..

      • I Kikuyu!!!!!! Sono in uno dei miei libri preferiti! Sono in “La mia Africa”!

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