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The Bride Price e Quattro lunghi anni di Debito

La prossima settimana c’è il grande giorno! - esclama senza contenersi l’autista della ONG – ancora non mi pare vero.. festeggiate con me, siete invitati al mio villaggio!“. Sam è un pastore pentecostale, sposato da ormai quattro anni, due figli; secondo la tradizione, il suo matrimonio ancora non può ritenersi valido. Perlomeno non finché non avrà pagato la dote, il cosiddetto Bride Price che spetta ai genitori della sua compagna. In Kenya assistiamo al contrario di quanto avveniva in Europa: sono i maschietti a dover pagare la famiglia della sposa, non viceversa. E mica sono due lire: da quattro lunghi anni, ovvero dalla data del matrimonio, il povero Sam si trascina dietro questo enorme debito; un debito tanto caro da non permettergli, visto il suo esiguo salario di autista, di “pagarsi la moglie” in un’unica soluzione. I genitori di lei, almeno, erano stati abbastanza comprensivi: strinsero infatti un accordo che prevedeva l’estinzione del debito, ovvero della dote, in comode rate. La prossima settimana Sam avrebbe finalmente estinto l’ultima rata, aggiudicandosi così la moglie e diventandone unico proprietario, togliendosi un enorme peso dalla coscienza.

Tra i Kikuyu, tribù di provenienza della sua famiglia, il costo di una dote può ammontare addirittura a 100 mucche e 900 capre. IMG_0517 ridottaSe calcoliamo che il valore di ogni mucca si aggira intorno ai 60’000 Ksh (circa 500€) e quello di una capra intorno ai 6’000 (circa 50€), se si rispettasse la tradizione alla lettera ci sarebbero più zitelle che erba nei campi. E’ molto improbabile, perciò, che si seguano tali regole; in primo luogo perché questi animali si trovano comodamente a molto meno, e in secondo luogo perchè neanche un bianco, per di più facoltoso, riuscirebbe mai a far fronte a queste cifre. L’abitudine di pagare direttamente in animali, soprattutto tra i Kikuyu, sta poi passando di moda: è per questo che le due parti in causa, proprio come in una trattativa, arrivano ad un accordo al ribasso, dopo averlo negoziato, che prevede denaro fisico, non capre belanti. Ogni tribù ha le sue tradizioni in merito, ma i più interessanti rimangono senza dubbio i Maasai. Sdoganati dalle immagini dei resort di Briatore, in cui saltellano impacciati per allietare le starlette italiane, sono in realtà gli unici a non esser mai scesi a compromessi con la cosiddetta modernità. Si capisce facilmente chi proviene da famiglie Maasai: si muovono sempre con il loro bastone sacro, abiti lunghi e colorati, i lobi delle orecchie dilatati. Meglio se con un orecchino appariscente. Hanno un portamento ed una postura nobiliari, riconoscibili tra mille, e vivono dentro la natura così come lo stereotipo suggerisce. Tra di loro, mi è stato detto che la norma teorica prevede come dote 300 mucche, ma collezionate nel tempo: appena si mette al mondo un figlio maschio, il padre inizia a mettere da parte il corrispettivIMG_0466 Ridottao di due mucche l’anno, così da raggiungerne una cinquantina al momento del matrimonio del figlio. Certo, fa comunque più impressione il rito di passaggio che sancisce l’entrata di un ragazzo nel mondo degli adulti: costui dovrà infatti uccidere un leone, proprio prima di sposarsi. Questi sono gli unici esseri umani che possono vivere nell’enorme parco naturale del Maasai Mara, per l’appunto loro terra d’appartenenza tra Kenya e Tanzania. Si dice siano anche i soli, sulla faccia della terra, temuti e rispettati dalle fiere. Inizio a crederci, guardando ad esempio questo video.

Ci troviamo con i parenti dello sposo in uno spiazzo polveroso al lato della strada che ci porterà al villaggio, a nord di Moranga. Tre matatu stipati di gente vestita a festa: le donne con abiti coloratisssimi ed armate di un sorriso spiazzante, gli uomini vestiti eleganti, quasi sempre con una o due taglie di troppo. Nell’attesa conosciamo il padre, ed un altro tizio inizia ad intrattenerci. Lo chiamano bishop, ma nutro seri dubbi sul fatto che sia un vescovo riconosciuto ufficialmente. Cerca di introdurmi una nipote: dai tempi messicani, quando ad esempio ero stato invitato ad un battesimo e ad una Fiesta de los Quince Anos, non mi capitava di avere a che fare con genitori che tentano di rifilarmi e farmi accoppiare con i propri cuccioli di balena.. finalmente, ne sentivo proprio la mancanza. Declino l’offerta, e anzi lascio intendere che a casina mia “c’ho la mrosa”, come si dice in Romagna. Mi iniziano a spiegare che la vera età l’hai qui – indicando cuore ed cervello  – e quando scopre che non ho ancora un nome Kikuyu, si eccita. Non si tratta proprio di una grave mancanza, ma vi è una sorta di gara a chi ti affibbia prima il nome appartenente alla propria tribù, quasi per inserirti nel loro immaginario, farti diventare parte di qualcosa. A proposito, va specificato che ogni keniota riceve un nome tipico della propria tribù, sia essa kisii, luo, kikuyu, kamba, etc.., ovvero afferente al Kenya, e in più un nome occidentale. Nel mio caso, disponevo solo di quello occidentale. Presto rimediato, mi viene detto che il mio nome è Kinyanjui. Il nome fa riferimento al gesto di sacralizzare le cose, ed offrirle in dono votivo al divino. Come nel gesto di offrire simbolicamente il calice durante la messa. Racchiude in se il rapporto tra l’umano, il terreno, e ciò che sta sopra. Sappiate che mi è andata di gran lusso: a chi mi stava di fronte è stato dato il nome, testualmente, di “ciò che viene espulso con forza dallo stomaco“.*

Parte la carovana. La strada è ripidissimIMG_0500 Ridottaa, piena di buche – come sempre – e terra friabile. Due dei tre matatu faticano ad arrivare in cima, ma poco a poco ce la si fa e nel giungere a destinazione tutti iniziano a suonare i clacson all’impazzata. Va fatto perché venga dato il permesso, da parte della famiglia di lei, a proseguire, a poter entrare nei loro campi. Ci soffermiamo con i matatu, mentre attendiamo la risposta, in cima alla collina più alta dove possiamo scorgere l’immensa distesa di verde. Di lì a poco ci vengono a chiamare: possiamo entrare. Un’orda di bambini si avvicina a noi, per alcuni di loro è la prima volta che vedono uno Mzungu, un bianco, e ne sono molto onorato. Sono l’unico che può permettersi di dar loro attenzione, perchè tutti sono indaffarati, e mi ritrovo circondato. Non possiamo comunicare: solo tre di loro sanno parlare inglese, ed il mio swahili è praticamente nullo. Scopro per l’ennesima volta quanto io sia bravo ad emettere suoni e a creare espressioni evocative col volto, tanto che si instaura un ottimo rapporto basato sulla mia spiccata gestualità italiana. Nessuno sapeva cosa fosse l’Italia, quando un piccoletto dalle retrovie, tirando su il braccio come a scuola, urla: “Balotelli!!!”. Grazie al Balo, un po’ di Italia è arrivata anche nell’immaginario di bimbi nati e cresciuti in un villaggio, su delle colline disperse nell’entroterra keniota. Per un istante sento di dover ringraziare il Mario nazionale: pur di due anni più giovane di me, è riuscito a raggiungere luoghi impensabili, e con lui, l’Italia intera. Di lì a poco inizio a parlare con Austin, un bambino sveglissimo che incredibilmente conosce l’inglese. E’ fantastico. La discussione verte su varie cose. Di sicuro, gli sguardi della gente di qui non sono gli stessi falsi, bugiardi e profittatori cui ero abituato intorno a Nairobi. Ci dicono di recarci nella piccola piana poco sotto, dove decine di sedie ci attendono. Vi è una piccola fila. Cinque, sei signore stanno servenIMG_0511 ridottado da mangiare da enormi pentoloni. Lungo la fila due ragazze ci porgono un vassoio e una caraffa per lavarci le mani e successivamente raccogliamo ognuno un piatto. Mi è sempre stato criticato che una scelta vegetariana, se sei celiaco, è una cosa impossibile da portare avanti. Io non lo so, ma penso che se in un villaggio sperduto io riesca a mangiare come un bue, qualcosa voglia dire. Evitando ovviamente spezzatino e pezzi di corpi ancora attaccati alle ossa che ci hanno offerto a fine pasto, evitando una sorta di piadina dall’aspetto invitantissimo, ma purtroppo fatta con un misto di farina di mais e di grano, mi ritrovo con il piatto strabordante di Ugali, fagioli strani, e altre specialità tipiche, che ora non ricordo. Mentre mangiamo, inizia a scorrere un microfono, ma l’impianto elettrico non è proprio di stampo professionale, come noterete dalla foto qui sopra. Le personalità del luogo, ed i parenti più stretti, devono dire due parole per la coppia appena sancita. Tutti parlano in Swahili, citando Dio e la sua magnificenza, ma riesco a malapena a capire due parole ogni quattro ere geologiche. Fino a che Sam non mi chiama a testimoniare. Pallido in volto, mIMG_0542 Ridottai sento in iper-imbarazzo, sapendo di essere per alcuni di loro il primo Mzungu. Conoscendo la propensione alla spiritualità che vi è da queste parti, inizio un pippone atomico su quanto pura sia l’anima del mio amico, e su quanto bene e quanta fortuna si meriti, gli auguri per gli anni a venire, il tutto condito da un sorriso ebete verso la folla. Ci mancava solo parlassi del tempo e dei miei acciacchi. Lui diventa cianotico, sorride nervoso e mi ruba il microfono, mentre qualche sparuto applauso si ode timidamente tra le file di seggiole. Inizia a tradurre, ma, scoprirò poi, evitando accuratamente di ripetere quanto da me espresso. Tronfio del mio successo, ed ignaro che avesse tradotto tutt’altro, torno ciondolando al mio posto, a sorseggiare dalla tazza il thé col latte, mentre alcuni bambini mi parlano in Kikuyu stretto ed un aspirante giornalista vuole il mio contatto perché “non si sa mai“. Il mio discorso, almeno in parte, sembra aver fatto centro. Di lì a breve si raggiungerà l’apice della festa, quando al calar del sole, in una oscurità mai vista prima perchè - microfono sgangherato a parte - sembra non esistere corrente nel giro di decine di chilometri, si stappano allegramente le bottigliette di soda, ovvero bibite varie, come fossero Champagne.

*Di lì a qualche giorno, in realtà, una ragazza delle pulizie divenuta mia amica, mi definirà Mugendi, vale a dire Colui che viaggia.

One Comment

  1. La nascita di Kinyanjui, centravanti e giornalista multiculturale.

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