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Incontrare la Magia: intervista col Witch-Doctor

Era l’incontro più atteso, il più simbolico. Mai avrei previsto, però, di intervistare uno stregone in prima persona, proprio negli ultimi respiri del 2013. Trenta di Dicembre, ricevo una chiamata: “Pietro, preparati e vieni in centro. Ha accettato di incontrarti“.  Da molto seguivo la pista “stregoni”, ma costavano troppo. Gli annunci di cui era tappezzata la città, sapevano di falso clamoroso. I classici “Amore, Soldi, Salute”. Ma c’era questo tizio; un uomo conosciuto tramite passaparola. Anche lui dalla Tanzania, come quasi tutti gli Mganga presenti in Kenya. Un Witch-doctor, come amano farsi chiamare, o semplicemente Dottore. Me lo accennarono una signora di etnia Kamba ed un’amica di etnia Luhya: avevano tentato – invano – di interagire per me, per ottenere un appuntamento. Lui non amava pubblicizzarsi, non affiggeva cartelli per la strada. A far parlare, nel suo caso, erano i risultati incredibili che otteneva coi suoi “pazienti”. Forse proprio per questi motivi mi piacque da subito. Ma i costi, i costi erano ancora proibitivi. Quando scopre che l’appuntamento era per uno Mzungu, un bianco, spara la assurda cifra di 20 000 scellini, quasi 200 euro. Sti grandissimi cazzi. I miei agganci tentano di fargli abbassare il prezzo, fino ad ottenere gradualmente 5000 Ksh, circa 50 euro. Fuori discussione, non posso permettermelo; poi si tratta di quattro chiacchiere, non di lavoro, suvvia. Faccio presente ai miei agganci che mi ha fatto sbellicare dalle risate la sua proposta, e che se mai cambiasse idea, io più di 1500 Ksh, meno di 15 euro, non li avrei sborsati. Provano, ma l’ultima cifra a cui scende è esattamente il doppio: 3000.

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Pietro, preparati e vieni in centro. Ha accettato di incontrarti“. Mi sono appena svegliato, occhi pesanti, capisco a malapena. Non devo perdere l’occasione. Arraffo registratore e taccuino dal tavolo, e mi involo sul primo matatu per il centro. Ad attendermi la mia accompagnatrice: dovremo infatti addentrarci in una slum e non è sicuro manco per gli autoctoni, figuriamoci per un bianco. Durante il viaggio mi spiega come abbiano convinto il Dottore ad abbassare il prezzo: gli han detto che essendo io studente non avrei avuto i soldi per rientrare in patria, se mi fosse costato di più. Arriviamo nella città-villaggio di Cabanas, in cui aspettare il nostro uomo. Solo con lui entriamo nella baraccopoli. Dal momento che ci siamo fermati, i primi coglioni iniziano a chiamarmi, con ampi gesti della mano e voce tra il sarcastico e lo scocciato: “Mzungu! Mzungu!!”. Fossero stati bambini sarebbe stato diverso, ma con gli adulti non si scherza. La mia accompagnatrice, che conosce bene le dinamiche dei suoi compatrioti, mi dice di non risponder loro, e di non guardarli, per non rischiare situazioni strane, visto che siamo in culo al mondo ed io sono l’unico bianco nel giro di chilometri. Sporcizia e schifo ovunque, e manco siamo ancora nella baraccopoli. Nel muoverci, passando attraverso una sorta di mercato, un tizio ci fa il pelo tagliandoci la strada, e proprio di fronte alla mia accompagnatrice estrae il suo nero uccello per pisciare nel rigagnolo che scorre malsano al lato della strada, fissandoci negli occhi. La mia compare si incazza e biasima la sua gente, chiedendomi scusa. Le spiego che la cosa non mi scompone affatto, che ormai sono due mesi che vivo qua. Finalmente, il Dottore arriva: siamo pronti per la baraccopoli di Mukuru Kwa Njenga.

Alto, con indosso la maglietta che mi sarei aspettato: trame triangolari di color marrone, aria simpatica. Ci saluta ed inizia a parlare con chi mi accompagna. Conosce un po’ di inglese, ma si sente di più a suo agio ad esprimersi nella sua lingua. Non sa quanto io lo capisca. Nel farci strada nella baraccopoli costeggiamo una sorta di fiumiciattolo, un rivolo di acqua che fuoriesce da quello che sembra uno sbocco delle fogne, ed in cui confluisce il rigagnolo-pisciatoio di prima. Galleggiano alghe putride, sicuro frutto di prodotti industriali. Il mio aggancio mi spiega che in questa corrente la gente è solita cagare e che le madri, non appena hanno partorito, vi gettano i figli non desiderati. Seguendo il nostro uomo entriamo nelle strutturine di lamiera, al cui interno l’aspetto generale fortunatamente migliora un poco. Ci fa accomodare nel suo stanzino, due metri per tre a far moltissimo. Si scoprirà poi che funge da ufficio, cucina, camera da letto: non mi capacito di come un uomo delle sue dimensioni possa starvici disteso. Prima di entrare ci fa togliere le scarpe, per non sporcare il tappeto al suo interno. Qui, numerosi oggetti simbolici, vasi ed anfore. Scritte in arabo troneggiano su ogni utensile e poco a lato, diviso dall’ambiente circostante con una tendina, pelli di capre sono ammassate in quello che sembra il ripostiglio degli oggetti magici. Scoprirò poi durante l’intervista l’inquietante provenienza di quelle pelli.

L’intervista ha inizio, mentre la accompagnatrice, nel fare da interprete, nota muoversi alcuni ratti nel pavimento, facendola trasalire, cosa che invece a me sfugge. In compenso, a metà dell’intervista, una colomba bianca entra dalla finestra ed inizia a camminarmi tra le gambe.  La mia compare, già sensibile agli spostamenti sul pavimento, si prende un colpo; il Dottore invece mi guarda, con gli occhi strabuzzanti, e le sussurra: “Penso che la sua presenza, qui, sia benedetta“.

Per non appesantire le stanche menti di chi è giunto a questo punto, l‘inquietante intervista integrale, pur prosciugata al massimo, è disponibile nella sezioneCronache“, sotto “Ritratti ed Interviste“. O più semplicemente, seguendo questo link: Intervista Integrale col Witch-Doctor.

2 Comments

  1. Complimenti per l’articolo. Molto interessante. Continuate così, io sono un assiduo lettore!

    • Grazie Flaminio! Ci sarà un periodo di stop in realtà, giusto il tempo di tradurre la maggior parte dei pezzi in altre lingue ed organizzare altro materiale. Poi si torna in prima linea!

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