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Il lato Oscuro dei Bianchi: pedofilia e perversioni sessuali in Kenya

Da quando sono qui, volente o nolente, sono entrato in contatto con una enorme ragnatela di schifo, ad opera degli stessi autoctoni. Questa ha plasmato e deformato la mia percezione del Kenya, ed include una pessima vicenda di pedofilia: illibate ragazze tredicenni e bambine di appena 8 anni (neanche in fiore), sbattute violentemente sugli agrodolci sapori del sesso, proprio da coloro che dovevano esserne educatori e protettori. Prima ancora che potessero infatuarsi di un cantante, prima di platoniche poesie d’amore. Non vi è per i maiali persecuzione penale, non vi sono evidenze, ancor meno controlli. Ognuno può far quel che vuole, e si avverte per strada, si avverte negli occhi della gente. La polizia si corrompe con un paio di galline, e tacerà complice. Senza pensarci due volte. Se le cose si mettono male, si mette a tacere pure chi canta: un sicario può costarti 50 euro, e nessuna bocca potrà raccontare quello che fece la tua. Solo le giovani donne godranno dei frutti della tua perversione: una volta aperta, quella porta non si richiude. Qualcuna di loro, addirittura, si innamorerà di te. Altre si prostituiranno, con adulti o con coetanei della scuola primaria.

Siamo della stessa pelle io e te, cazzo fai con gli Mzungu? You are black, non puoi rinnegarlo! Dobbiamo rendere grande questo paese (“to make Kenya greater”), da che parte vuoi stare? Sfrutta i loro soldi e riprendiamo ciò che è nostro!

intimò il pedofilo, una volta licenziato, a colei che prese il suo posto come dirigente della Children’s Home, sbattendola contro un muro. Qui funziona così; non solo non paghi per le tue scelte, ma ancora a piede libero, ti senti in potere di fare il buono ed il cattivo tempo, come e più di prima. Prendi un machete, mandi amici a regolare i conti, chiami il poliziotto colluso. Come mi disse un bimbo, con tutta la naturalezza di questo mondo: “This is Kenya, my friend”. Questa è spiazzante impotenza, aggiungo io.

In mezzo al lassismo spregiudicato, ai tristi semi di sconforto, perde di valore la regola aurea per ogni essere umano, prima che per un antropologo: non generalizzare. Come in ogni società, si vedono persone combattere per cambiare realmente le cose: poliziotti perseguitati dai propri superiori per aver rifiutato bustarelle, giovani donne in carriera che la mattina fanno le pulizie nelle case dei ricchi e la sera studiano per diventare insegnanti, giovani imprenditori che tentano di lanciare un business personale per contrastare il monopolio bianco. Ma qualcosa si è rotto, si avverte non funzionare come dovrebbe. Si ha come l’impressione che qui si possano scaricare tutti i più bestiali istinti primordiali, che quest’area geografica sia una valvola di sfogo per il mondo intero. E l’idea che queste condizioni, in gran parte, le abbiano strutturate gli stessi colonialisti, è ben più che un’ipotesi. Tralasciamo che gli inglesi, affetti da complessi di superiorità tipici dei perdenti, volessero farsi chiamare Mzungu (dallo Swahili “Mungu”), ovvero Dio; tralasciamo gli errori imperdonabili del 20°secolo: conquistare, sfruttare ed abusare impunemente donne e risorse di una terra poco conosciuta, relegare gli stessi autoctoni nelle zone periferiche dei centri urbani, e farli accedere solo se impiegati dallo stesso Dio.. ehm.. bianco. Tralasciando il passato, è sufficiente pensare al presente. Alle impunite barbarie keniote, a come lascino correre le peggio bestialità: mancanza di cultura, mancanza di valori. Penso alla mia civilizzata Europa. Le famiglie davanti al camino, un senso civico diffuso, sancito da secoli di giusto-e-sbagliato. Sperimento le due facce tipiche dell’Africa, così come le si incontrano nei giornali e nelle tv occidentali: quanto siano disperati loro (guerre, denutrizione, malattie, “ritardo evolutivo”, compassione…etc…), e quanto tentiamo noi, tramite missioni ed ONG, di portare sollievo in queste misere terre, come una goccia nell’oceano. Oltre a Missioni ed ONG non vanno poi dimenticati quegli stoici padri di famiglia, per settimane, mesi o anni, in Africa per lavoro, solo per portare cibo alla tavola dei propri figli rimasti ad aspettarli in Italia. Insomma, sembra che dopo i nostri errori, siamo finalmente, ed eroicamente, i buoni.

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La regola aurea però mi perfora la testa, ormai ho capito il gioco: mai generalizzare. Basta poco infatti per scoprire che l’uomo bianco è anche peggio dei fratelli neri. Qui in Kenya se si parla di Mzungu, non si parla solo di soldi, ma anche e soprattutto di perversione. Sono personaggi libertini, che prendono ciò che vogliono. Senza regole, senza etica, senza criterio. Meglio esserne alleati, chiamarlo Boss, piuttosto che ignorarlo, o peggio ancora farselo nemico, al tempo stesso covando rancore e risentimento. Conosco due ragazze keniote di indubbio valore, che hanno sempre lavorato per raggiungere i propri obiettivi. Entrambe molto in gamba, avevano già conosciuto altri italiani prima di me, ma l’una lontana dall’altra, perchè tra loro non si conoscono. In attesa di metter da parte qualche soldo, una faceva le pulizie, l’altra accudiva un pargoletto di “casa nostra”. Nel primo caso l’uomo era sposato, ma la moglie abitava a Roma. Nel secondo, lui era separato, ma appunto col figlio al seguito. In entrambi i casi, le ragazze si sentirono dire, con la più grande naturalezza possibile: “I have to fuck you first, if you wanna work here“.  Entrambi erano regolari frequentatori di prostitute, che si vantavano di cambiare ogni giorno. Ma il primo, ottenendo sempre rifiuti da parte della ragazza, tentò diverse volte anche di violentarla. Il secondo, si portava a casa le accompagnatrici, pur avendo il figlio che giocava in sala, ed alla mia amica ripeteva spesso, ma in maniera elegante, che non poteva continuare a lavorare senza venir prima “provata“, così come aveva sempre fatto con le sue dipendenti. Neanche a dirlo, entrambe le ragazze lasciarono il lavoro,  coltivando questa idea di italiano profittatore e porco, come buona parte degli altri Mzungu sulla cinquantina: buzza o pancione, capelli bianchi diradati, movimenti poco armoniosi dovuti all’età o all’essere sovrappeso. Immaginate che goduria accoppiarvici. Soprattutto lungo le coste è rinomatissimo e diffusissimo il Turismo Sessuale, anche e soprattutto verso i minori, ad opera degli occidentali. Tanto pesante e frequente non solo da costringere le autorità locali ad appendere enormi cartelli lungo le strade (invece di esserci scritto “Vai piano”, ti ricorda che i corpi, soprattutto di bambini, non sono giocattoli), ma addirittura da obbligare il governo centrale a chiudere per due settimane le spiagge intorno a Mombasa con ovvie ricadute nell’economia locale, tanto era insostenibile la situazione. Tra questi che adorano assaggiare carne fresca, quelli entrati nell’immaginario collettivo dei papponi esperti sono svedesi, italiani ed inglesi. Pensateci quando sentirete parlare di Malindi o altre città della costa keniota. Tra le migliaia di turisti che accorrono dall’Europa e dagli USA, una gran parte si sente non solo lontana da casa, ma lontana dalle imposizioni e dalle restrizioni, quasi come se un’etica esistesse solo laddove imposta. Gli stessi padri di famiglia che a casa loro hanno la figlioletta di 10 anni, qua stuprano analmente bambine di 5, senza alcun tipo di remore. Un assaggio lo trovate su The secret child sex trade oppure Kenya Sex Trade. Ciò che capita a Mombasa, rimane a Mombasa“. IMG_9649Quante volte abbiam sentito o detto questa frase, per coprire la nostra pochezza umana, la nostra mancanza di palle? Basta sostituire a Mombasa qualsiasi altra località, Ibiza, Mykonos, Sao Paulo o Phuket. Proprio a Phuket, Viaggiare Low Cost dedicò un post chiamato Patong (Phuket) – Il supermercato del sesso. Se volete divertirvi, e capire con che uomini si ha a che fare, andatevi a leggere i deliranti commenti a quel post. Con una sicurezza disarmante, un mio amico keniota voleva convincermi che gli italiani sono tutti fin troppo aperti, che vanno con uomini e donne in maniera scomposta ed insalubre. Ho lottato non poco per fargli capire che anzi in Italia vige un forte conservatorismo, e che in opposizione totale a quel che blaterava, al massimo si assiste ancora a casi di omofobia. Ma lui non voleva, e non vuole, crederci. Gli italiani “are perverts“. Per confermarmi la sua tesi, che noi non conosciamo limiti, mi spiega un fatto raccapricciante. Due persone avevano pagato fino a 10 000 scellini per vedere 11 prostitute scopare con il loro pastore tedesco, ovviamente addestrato in precedenza per portare a termine l’opera. Alcune di loro si erano rifiutate, vedendo ciò che dovevano fare, e sono quindi state picchiate e seviziate con la forza, perchè qui, i bianchi, sono ancora padroni. E’ qualcosa di psicologico. Puoi venire ad aiutare in Missione, puoi venire per lavoro, ma tu hai i soldi, tu hai il potere. Scoppia il caso e scatta la denuncia. La polizia aveva appena ricevuto una mazzetta dagli stessi organizzatori del festino porno, così da riferire candidamente agli inquirenti che sul luogo del misfatto “No, non c’era nessun cane“. Il caso finì ai telegiornali, incastrando lo svedese a capo del progetto. Si scoprirà poi che un italiano, per giunta operante nell’ambito delle Nazioni Unite, pareva inserito nel misfatto. Un altro caso che ebbe molta eco fu quello di un sacerdote cattolico, sempre italiano, trovato colpevole di violenze sui minori, una notizia che rimbalzò un po’ ovunque. In questa mancanza totale di appigli certi, in cui una marea di buona gente non riesce a bilanciare le nefandezze di kenioti e di stranieri, a chi addossare le responsabilità? A chi ci vive come autoctono o a chi ci vive per lavoro? A chi ha creato questa situazione o a chi la mantiene? Neri o bianchi? Completamente instabile nel sostenere una qualsivoglia teoria, mi viene poi riferita l’ultima fantastica chicca. La sorella di un mio amico, torna dalla madre dicendole che si è fidanzata con un europeo. Invece che reagire felice perchè sinonimo di soldi, la sua prima reazione fu  “Non è mica italiano, vero?“. Per sua fortuna si trattava di un tedesco, qua “noti” per essere razzisti, ma almeno non pervertiti.

8 Comments

  1. Il tuo è un bellissimo articolo..ho visto un film terribile su un altro lato del turismo sessuale in Kenya in cui si parla della prostituzione maschile. Si chiama Paradise Liebe di Urlick Seidl…
    Queste cose sono davvero allucinanti,m anon stupisscono più da quando ai tempi in cui lavoravo in agenzia viaggi, un tizio, pensando di parlare col titolare dell’agenzia mi ha scritto:” cerco uno scannatoio a Patong”. proprio così: ha detto “scannatoio”… le agenzie questo lo sanno e di certo non indagano oltre ma assecondano il cliente. Di cosa ci stupiamo poi?

    • Cercherò di trovare il film, graziè del consiglio! I punti principalmente sono due: 1 ci sarebbe tanto da scrivere, ma poi la gente non legge perchè annoiata. Ho tipo evitato di inserire i report ufficiali dell’UNICEF, sai che palle per il lettore medio. 2 Queste cose ci sono state, ci sono e sempre ci saranno; l’importante sarebbe che ci si continui a sdegnare, e a non farla passare per normalità tutto sommato accettabile, con scrollata di spalle e un “Vabè”.
      P.s. Grazie anche per i complimenti!!

  2. Cliccare il 'mi piace' è difficile, stante quanto racconti. Quindi… mi piace come hai raccontato i fatti, non mi paice apprendere le cose tremende che succedono in Kenia. Reati e crimini a gogo, credo sia destabilizzante immergersi in realtà di questo genere… .

    • Ho omesso molto, per non appesantire il tutto. Come in ogni contesto, occorre sempre ricordarsi che non tutte le cose sono negative, così come il contrario. Qua di sicuro ci sarebbe molto su cui lavorare.. Sono contento ti sia piaciuta la maniera di raccontare queste cose!

  3. wow!appena torni ci vuole una bella chiacchierata!

    • Spero solo di non dimenticare tutto ciò che non ho potuto rendere pubblico..

  4. Grazie Cami. Ho dovuto escludere molto altro se no diventava un pippone indigeribile. Almeno così riesce ad essere fresco e pimpante, nonostante il tema trattato.

  5. Un gran articolo, Pietro, complimenti! Ti sto immaginando mentre lo pensi prima e lo riesci a scrivere poi…solidarietà (per quello che può contare).

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