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Il Dottor Zimbabwe e lo Spirito del Natale

Introduzione. L’aria delle feste si respira anche a Nairobi. Ragazzi si fotografano col telefono davanti all’albero di natale nei centri commerciali, simbolo di consumismo, simbolo di benestare; risuonano cantilenanti i motivetti natalizi, mentre, all’esterno, 22 gradi celsius impediscono di sentirne appieno lo spirito. Si tenta di catapultarti sulla 5th Avenue di New York, farti vivere la magia del Natale americano, in mezzo alle luci ed ai colori di uno Shopping Mall. Una sensazione simile la ebbi quando studiavo in Inghilterra: nonostante Londra avesse una forte identità in fatto di campus, e non avesse certo nulla da invidare agli Stati Uniti in quanto a cultura e tradizioni, si ritrovava schiava di uno strano processo di emulazione; la vita quotidiana nella Brunel University, tra cheerleaders e football americano, scimmiottava in tutto e per tutto i colleghi d’oltreoceano. Ah la globalizzazione.

Premessa: avrete notato come io risulti alle volte fin troppo duro e cinico narrando piccole o grandi incongruenze. Quando si tratta di cose molto gravi, il taglio ironico rischia di perdersi, sopraffatto dalla rabbia e dallo sgomento: devo ammettere che sto perdendo un po’ quella vena che mi contraddistingueva. Parallelamente alla mia ricerca sulla stregoneria, infatti, sto collaborando con la stessa ONG per i diritti umani per cui lavoravo in Portogallo. Abbiamo, dal mio arrivo ad oggi, tra le mani un problema di dimensioni sostenute, un bubbone che non posso far scoppiare nè rendere pubblico, almeno fino a quando non vi sarà il processo, anche per non subirne le conseguenze. Stanno ancora operando per saperne di più, ma è una situazione che riassume in sé tutto il marcio di questa società. Una vicenda talmente grossa da aver cambiato la mia prospettiva su questo paese, talmente schifosa da darmi ribrezzo e incazzo al tempo stesso, che mi impedisce di fingere di nulla e ridere e scherzare sulle cose. Finora ci ho provato, ed ho la fortuna che questa sezione del blog, “Diari di Viaggio”, prevede una visione soggettiva, nel bene e nel male. Un piccolo assaggio, la cosa meno grave che ha però fatto partire le indagini del citato problema attuale, è l’abitudine keniota – ma temo africana – di sfruttare le milking cows, ovvero le vacche da latte.

Le vacche da latte sono quelle persone che hanno avuto la sfortuna di nascere con la pelle bianca. Questa definizione è stata creata dagli stessi autoctoni per dare un nome a coloro che sfruttano, che spremono e a cui possono mentire senza pudore alcuno. Le milking cows sono quei bianchi che vengono in Kenya per affari, per un bambino in adozione, per scopi umanitari, per dare una mano. Non importa se uomini o donne, non importa di che estrazione sociale. Accade così che si gonfiano le ricevute, che provano a circuirti, che vengono addirittura create finte associazioni umanitarie per farvi confluire i soldi dei benpensanti occidentali. Perché questa premessa, cosa c’entra con le feste? Facile a dirsi. Il concetto di Milking Cow esplode in tutta la sua magnificenza proprio nel periodo natalizio. Non serve avere a che fare con problemi enormi come corruzione o finte associazioni, per godersi un po’ della sana inventiva dei furbastri, ben presente anche nelle piccole cose. E spesso non stiamo parlando di persone che abbiano reale bisogno, quanto di seriali profittatori che ne hanno fatto una occupazione.IMG_0279 Ridotta

Mi reco in centro per delle commissioni. La Nairobi caotica, la Nairobi piena di gente. Mi ferma un tizio, non é la prima volta che accade. Sguardo sorridente, vestito per il verso, un poco di barbetta, si fa benvolere. Avrà 40 anni. Mi chiede da quale paese io provenga. Conscio di questo genere di situazioni – non è la prima volta che mi ritrovo al sud del mondo – nicchio un poco, offrendo solo le informazioni minime, quanto basta per non essere scortese. Scoperto che sono italiano parte la stupenda storiella di natale. Innanzitutto mi dice che adora il mio paese. Adora gli italiani. Siamo suoi fratelli. Vuole intrattenersi con me solo per un motivo: é difficile trovare un ragazzo sveglio europeo con cui parlare. Ha voglia, dice, di confrontarsi con me, per migliorare. Gli faccio notare che ho poco tempo. Termina la sua sordida captatio benevolentiae  Parte l’avventura. Lui è un medico, laureatosi con alcuni suoi colleghi in Zimbabwe quattro anni fa. La dittatura di Mugabe, in seguito ad alcuni scontri nelle università, li ha costretti a fuggire. Fin qui, penso, potrebbe trattarsi di un ndebele, realmente perseguitato. Nello scappare, perde un paio di amici negli scontri, fino a rifugiarsi in Zambia. Da lì mirabolanti avventure ed arriva in Congo in cui rimane solo perché perde i suoi pochi compagni di viaggio. Stremato e distrutto approda finalmente in Kenya, e qui, qui può finalmente tentare di raggiungere il suo obiettivo, che si era posto fin dalla partenza. Quale? Ovviamente andare in Italia. Aspettava proprio un italiano. Dice, il cielo mi manda. Il suo fine è arrivare a Milano, anzi no, Peeèrugggia!! (detto con il classico incedere della mano destra). Ma. Al “ma” gli lancio uno sguardo di fuoco e lui capisce che ho capito. Ma ha bisogno dei soldi. Io ho lo sguardo glaciale di chi non ne può veramente più, e gli rispondo dritto per dritto “You chose the very wrong person. Next time try it better“.

Pochi giorni dopo incontro una tizia che conoscevo di vista: collabora con i miei contatti che ora sono in Portogallo. Parliamo del più e del meno, sostiene di svolgere diversi lavori: ha in progetto di aprire una scuola e che le entrate provenienti dai miei contatti sono solo una parte di ciò che guadagna. Perchè lei è una combattente e vuole perseguire il suo progetto. Sono estasiato. Che carisma. Che personalità. Mi inizia poi a raccontare che a casa ha una figlia piccola, da mantenere, e che tra poco è Natale e non ha nulla per comprarle un regalino: prima di andar via i miei contatti non le hanno pagato il mese. Subito la mia obiezione: ma scusa non hai detto che hai altri lavori? Non puoi intanto supplire con quelli? Sostiene che no, che attualmente questa è la sua unica remunerazione. Sguardo glaciale. Una volta appurato che veramente non le hanno ancora dato i soldi glieli anticipo io, chiarendole che per me sono una discreta cifra e che non tutti i bianchi navigano nell’oro. Mi ringrazia e mi dice “Spero te li restituiscano quando tornano”. “Lo spero anche io” replico.

Stamattina, la sveglia della vigilia di Natale corrisponde ad una telefonata. E’ l’uomo che fa da guardia ad un portone vicino a dove mi trovo. Ci conosciamo di vista, ma non parliamo molto. Mi costa enorme fatica capire la sua pronuncia keniota a telefono e per di più il mio inglese non è certo quello di Oxford. Biascica qualcosa su delle spese da fare. Visto che si occupa anche delle bollette, potrebbe essere il caso di saperne di più e gli chiedo se si trova al solito posto. In seguito a risposta affermativa, lo raggiungo a piedi e mi inizia a spiegare. “Mio fratello ha bisogno di soldi per fare delle cure mediche“. Bene, penso, arriva al punto. Deve arrivare a 30 000 scellini, circa 300 euro. “Mi puoi dare almeno 3000 scellini?“. PAM! Senza panegirici, senza ritrosie. In un primo momento inizio a dispiacermi, lui è una brava persona. Non penso, sul momento, all’insensatezza di chiedere ad uno sconosciuto soldi che neanche sono indirizzati a te, ma ad un teorico ed eventuale fratello. Inizio a temere che gli sporchi bianchi colonialisti li abbiano non solo abituati che caghiamo soldi, ma anche che per Natale amiamo farci carico delle spese mediche dei famigliari di sconosciuti incontrati per la strada. Sai, lo spirito natalizio. Ripiglio coscienza del valore di soldi e lascio da parte il buonismo. “3000 scellini, ma sono molti soldi, sono quasi 30 euro!” replico. Mi si chiude la vena. In maniera molto composta gli rinfaccio, prendendomi con le dita una guancia, che non tutti gli Mzungu sono uguali solo per questa merda di pelle che ci ritroviamo attaccata al volto. Gli rispondo che se non avevo la fortuna di stare ospite dai miei contatti non mi sarei mai potuto permettere di venire a stare in Kenya per tre mesi. IMG_0504 RidottaGli faccio presente che il suo profilo stereotipizzato del bianco è ben diverso dalla realtà. Io campo della mia borsa di studio e dei lavoretti più o meno dignitosi fatti in Italia, con cui mi sono pagato il volo e con cui mi pago le spese quotidiane. Gli faccio notare che viaggio sempre in matatu, anche quando mi costa cambiarne 4 per arrivare al centro di bambini cui faccio da supervisore temporaneo, mai visto un taxi neanche per sbaglio, nonostante per lui sia la norma che gli mzungu girino in taxi. Gli faccio notare che la mia spesa consiste in frutta e verdura, mentre tutto il resto cerco di farmelo in casa con farina di mais e di riso, per abbattere le spese. E, soprattutto, che mi dispiace molto, e seriamente, per il fratello che manco conosco. Ma non serve andare in kenya per vedere gente che non può permettersi determinate operazioni ospedaliere, e che avessi avuto un mio stipendio, se solo un fottuto giornale fosse disposto a pagarmi seriamente, questo discorso manco lo avrei fatto e qualcosa gli avrei pure dato. Ma che capisca che questo schifo di pelle da solo non basta. Che molto probabilmente il mio background presenta molte meno difficoltà del suo, ma dietro questa pelle si può celare uno studente come un uomo d’affari. Si può celare un conto in banca ad 8 cifre così come qualche centinaio di euro. Ringrazio di aver avuto la calma di spiegarglielo senza enfatizzare, e me ne vado in parte dispiaciuto per lui ed in parte incazzato.

A volte, però, quello che le masse relegano a Natale, lo sento come scorrere nelle mie vene ogni giorno, forse per questo divento più cinico quando tutti si aspettano qualcosa in più. Cinico e cosciente. Cosciente del gruppetto di bambini che chiede l’elemosina per strada, che mi attende, che mi conosce. Sono quelli che abitualmente bussano nei finestrini delle auto, e che se il finestrino è abbassato infilano le mani per rubare ciò che trovano. Sono cosciente che non posso dar loro soldi, perchè spesso e volentieri inviati da un magnaccia che se li tiene. O alla peggio che se li sniffano con la colla. Ho capito che quel gruppetto di bambini, vestito di stracci, sa per certo che da me riceverà sempre, ogni volta che faccio la spesa, un bel sacchetto pieno di banane e di thè in bottiglia, che spesso mi costa più della mia, di spesa.

Andare incontro alle persone non vuol dire accondiscendere tutti, non sarebbe sostenibile economicamente. Questo Natale mi sono schiantato contro le ipocrisie di un falso buonismo, troppo spesso legato a stereotipi razzisti-colonialisti. A volte ammetto di non sentirmi a posto nel declinare tutte le offerte di aiuto che mi piombano addosso. Ma per le mie disponibilità attuali è sufficiente vedere con la coda dell’occhio i miei amichetti per strada mangiare ciò che porto loro. Vederli riconoscermi, che non devono inventare nulla, o fare salti mortali. Hanno imparato a salutarmi. Hanno imparato il mio nome. E a differenza di tutti i personaggi citati in precedenza, mi ci gioco l’anima che pur senza grandi proclami, avrebbero realmente più bisogno di aiuto.

Un buon natale, ed una buona vigilia a tutti. Non siate più buoni, ma più coscienti.
Io ci sto provando.

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