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Nella Neve Messicana, Coyote ululano al Vulcano

TRATTO DA “LA FUENTE DE POLVO Y PALABRAS”, del 17 e 18 Marzo 2012.

Sei della mattina. Suona la sveglia, quando avverti quella leggera angoscia di chi sa che lo aspetta qualcosa di impegnativo, nonostante il fine settimana. Latte caldo, cereali senza glutine: ci siamo. Organizzi velocemente lo zaino, sono ormai anni che non fai un trekking come si deve. Destinazione: il Popocatepetl, vulcano ancora attivo e gorgogliante, e il Monte Iztaccihuatl, che gli sorge a fianco.

Ancora rincoglionito, mi ritrovo alla fermata degli autobus con l’amica slovacca e le due tedesche: urge stampare il biglietto d’ingresso per il Parco Nazionale, ma si deve salire a bordo, ci si penserà poi. Scendiamo perciò ad Amecamecasi, si chiama così e no, non è un paese fondato dai Teletubbies negli anni ’90. Chiediamo in giro dove sia una copisteria, ma pur parlando in spagnolo tutti ci rispondono in inglese, come da stereotipo: basta la pelle chiara e all’apparenza essere un guerito. Amigo, no, perchè diavolo mi parli in inglese se mi rivolgo a te correttamente in spagnolo?  Parlami nella tua dannata lingua, non sono un gringo! Tra i vari uno mi suggerisce “Prova li dietro“. Li dietro non c’è niente. Forse era un modo gentile perchè lo concupissi analmente, ma non colgo.  Un’altra signora parla a vanvera, prende tempo. Non si tratta di una interrogazione, se non lo sai amen, perchè non ammetterlo? Ti sguinzaglia il figlio, che esce dal negozietto e mi indica un punto a caso nel mondo. “Là, poi a destra, poi una scala a chiocciola, poi una porta semi distrutta, e lì, lì dovrebbero esserci dei computer e una stampante“. Si, poi segui il Bianconiglio, aggiungo io. Finalmente troviamo una copisteria. “Ci dispiace, ci è finito l’inchiostro“. Troviamo un fotografo: se stampa le foto - immaginiamo – potrà stamparci anche dei semplici fogli. Sbagliato. Troppo orgoglioso per ammetterlo… poi non si scacciano possibili polli. Mi invita dentro, in uno studio che pare fermo agli anni ’50. Pannellone bianco sullo sfondo, zaino-messico-cammino-vulcanomacchinari vecchio stampo e ombrellino del flash che sovrasta la macchina fotografica principale. Poco dietro, un computer, chiaramente lì per bellezza. Attacca la mia USB al suo aggeggio. No, non sono metafore ripugnanti. Due minuti buoni per capire cosa aveva davanti, era chiaro non avesse mai visto prima ciò che ora gli appariva innanzi: il desktop. Gli spiego come aprire la cartella del disco removibile. Altri due minuti di sacra contemplazione. Che la Madonna di Guadalupe protegga tutti noi, giovani peccatori. Gli spiego quali sono i documenti da stampare. Un poco ancora di sana contemplazione. Fa per aprire il primo, ma usando l’unico programma che conosce, quello per foto. Giustamente, il computer non glielo apre. E se un poco mi intendo di computer, sono quasi sicuro lo stesse, nel segreto dei suoi chip, anche offendendo malamente. Gli spiego che si tratta di un pdf. Pidieffe, p-i-d-i-e-f-f-e. Secoli che volano come niente. Brusio di polvere che rotola nel suolo.

Nel frattempo alle mie amiche tocca una vita più stimolante. Tutti si prodigano per fornir loro indicazioni su come raggiungere la base da cui partono i sentieri: i capelli biondi fanno anche quest’effetto. Serviva capire dove fosse l’ufficio del turismo, ma su quattro persone interpellate, quattro risposte, e relativi luoghi, differenti. Tutti espressi, categoricamente, con assoluta sicurezza. Tutti, alla fine, estremamente falsi: l’importante è comunque mostrarsi sempre sicuri. L’ufficio del turismo scoprono che apre solo alle 11, tempi messicani. Ma almeno alcuni collettivi, ovvero auto normali che portano più persone, partono per la nostra destinazione ad un prezzo di 50 Pesos. Sicuro che un po’ ci ladrano, ma meglio che niente. Il mio amico fotografo sta intanto dando botte alla stampante. Gli spiego che è accesa, ma che non stampa perchè non ha spinto “Aceptar” dopo aver spinto “Imprimir”. Da fuori le amiche gesticolano tra loro e iniziano a chiamarmi. Io le vedo ma scopro che loro non possono, perchè il vetro è oscurato. Chissà che succede nelle ore più sordide dentro quelle stanze. Mi vogliono avvisare di mollare tutto lì e correre fuori, perchè il nostro collettivo parte ora. Chiedo al fotografo di sbrigarsi e lui risponde prontamente che la stampa è già avviata. Come in un film demenziale, ecco che la stampante si avvia, e alla velocità di un rullo per ora inizia ad emettere il sinistro suono “Dzen-Dzeen, Dzen-Dzeen..”. Un foglio ogni 4 minuti. Lo mollo li ed esco senza aver stampato nulla, con gli sguardi increduli delle bionde amiche. Nel correre al collettivo un tizio ci ferma. “Vi accompagno io là, vi accompagno io“. “A quanto?“. Tempo 5 secondi, pensa al pacco più grande della storia “200 pesos ognuno“, risponde. “Vaiamorireammazzatomalamentestronzo“, pensiamo noi.

Più che un collettivo si tratta del macchinone di un narcotruzzo. E’ una specie molto diffusa a queste latitudini. L’auto di un narcotruzzo si distingue per alcuni fattori caratteristici: furgone gigante, nero, cromato. Simboli stile tatuaggio sparati su ogni fiancata e quel retrogusto di illegale. Volante imbottito di materiale morbido. Entriamo con una famigliola del luogo che porta un cesto di tacos de canasta. Partiamo. Il narcotruzzo mette su la sua musica preferita e, come ogni narcotruzzo che si rispetti, per equilibrare la durezza da vero uomo del suo macho furgone, serve musica di merda. Parte perciò una musica melodica dai testi profondi come “Ti amo“. Oppure “Ti amo“. Nel caso, per cambiare, “So che ti ho tradito, ma ti amo“. Inizio a rivalutare Gigi D’Alessio. Perlomeno, arriviamo a destinazione. Grande spiazzo-parcheggio ci accoglie. Tutto molto turistico. Entriamo dai tipi che accolgono i turisti. Grande salone accogli-turisti. Si, molto turistico, però ecco… Non hanno una mappa. Non hanno computer. Non hanno suggerimenti nè consigli perchè mai, ripeto mai, sono saliti su quel monte. Chiediamo senza cartina come facciamo a muoverci in una montagna. Ci rispondono “Baubaubaubau, miaomiaomiaomiao, chicchirichì“. L’unica cosa certa è che sul vulcano Popocatepetl non si può andare. C’è un semaforo che segnala quando si può o non si può salire, perchè il Popo è un vulcano ancora attivo, un vulcano che sovrasta tutta la zona e che emette ancora fumo spesso e volentieri. Il semaforo infatti è rosso ininterrottamentOLYMPUS DIGITAL CAMERAe da dieci anni. L’unico modo che si ha per vedere il Popocatepetl è salire sul monte di fianco. Che è, per l’appunto, l’Itzaccihuatl, per gli amici Itza.

Narra la leggenda che Popocatepetl e Itzaccihuatl fossero due ragazzi follemente innamorati. Ma, come ogni mito che si rispetti, il padre era contrario alla loro unione e decise perciò di offrire a Popocatepetl la possibilità di chiedere la mano alla figlia solo una volta che egli fosse tornato da una guerra, una guerra che lo attendeva nei dintorni di Oaxaca. Popo allora partì, fiducioso, al contrario del padre dell’amata, che dava per scontato non sarebbe mai tornato, perlomeno non vivo. Proprio per questo il padre di Itzaccihuatl racconta alla figlia che il povero Popo è morto in questa fatidica guerra e che non potrà più tornare a coronare il sogno d’amore. Itza muore di dolore. Al suo ritorno, Popocatepetl scopre l’accaduto. Muore di dolore pure lui, per il fatto che la amata sia morta di dolore. Il dolore uccide, regola aurea dei miti. Ma gli dei, che son certo più magnanimi del padre della sposa, decidono, commossi dalla vicenda stile Harmony, di trasformarli in montagne e di riempirli di neve. Infatti, se uno guarda alle cime del monte Itza, sembrano i rilevi della testa, del petto e delle ginocchia della sposa.

Pranzo a base di tacos, alle pendici del sentiero. Per cena le altre con panini portati da casa, io da bravo celiaco un paio di tacos da portar via. Non ci sono bottigliette d’acqua, né bibite, solo bottiglie di vetro. Qui le bottiglie vanno ridate al propietario, non si possono portare via. Ma è abitudine in Messico, in assenza di bicchieri di plastica, utilizzare dei sacchettini. Mi sversano perciò la coca in un sacchetto con cannuccia, e il confortante quadretto mi delinea l’inquietante immagine di un paziente che si beve il proprio sangue in un letto d’ospedale. Inizia la salita e sono l’unico senza scarponi, lasciati in Italia. Ma anche quello con lo zaino più piccolo e concentrato. Il cammino è lungo e in totale ci facciamo 1200m solo di dislivello. Ci avevano avvisato che sarebbe stata dura per noi quell’altitudine. Ma non ci credevamo. Poi siamo gente del Distretto Federale, fratello, parliamo di 2600 metri di altezza in cui viviamo quotidianamente! Eppure.. eppure avevano ragione. Il cammino inizia a presentare le prima difficoltà. Sbagliamo strada e la ritroviamo. Passiamo da un punto di sosta con una taquerìa semi abbandonata, solo una struttura aperta, ultimo contatto con la civiltà.Itza e Popo
Sono le 17.30, il sole cala in due ore. Qualcuno propone, alla peggio, di passare la notte nella taquerìa. Offro la mia opinione: “Ma siamo scemi? Di notte qua si gela“. Ripartiamo ma dobbiamo darci una mossa. Il percorso smette di essere piano e tranquillo e iniziano sassaie, sentieri ripidi, rocce e terra friabile. Scambio il mio zaino, più leggero, con quello di una delle mie compagne: si inizia a sentire la fatica. Verso la fine del tragitto ne prendo un secondo, ma dopo qualche minuto cedo: potrebbe servire vedere dove metto i piedi, nei tratti più ripidi, per evitare un volo di varie centinaia di metri. Arriviamo al rifugio che è già buio pesto. Sono le 20 circa. Il rifugio non è stile Trentino Alto Adige, con strudel caldo e vin brulè quando arrivi. No, si tratta di un bivacco. Una struttura in legno, con niente dentro se non piani, anch’essi di legno, incastonati alla bell’e’meglio in questo coso 4 metri per 4. E tutto, tutto il bivacco già pieno di scalatori che si erano infilati con i sacchi a pelo in questi piani di legno. Entriamo e tutti ci offrono quello che hanno. Spirito di fraternità montana. Ci dicono però che non si riesce a trovare un bucanino dove infilarci. Fuori inizia a fare freddo, -3 gradi. Quando si scopre che a cercare posto per dormire sono 3 ragazze bionde la situazione cambia. Come il Mar Rosso di fronte a Mosè, le brande di coloro che già dormivano all’interno del bivacco, si aprono facendo miracolosamente spazio alle tre fanciulle. La carta della “Patata Esotica” è sempre la più richiesta del mazzo. In realtà c’era spazio per sole tre persone. Le due tedesche senza pensarci due volte si sono fiondate. L’amica slovacca tentenna, ma le dico di approfittare della temporanea apertura del Mar Rosso. Mi sistemo alla meno peggio tra gli zaini. Il suolo è gelato e la porta, di legno, ha una fessura di circa 5 centimentri alla sua base da cui entra aria gelida. Sono le 20.30 ma sembra notte fonda, perchè non ci sono luci e tutti dormono. trekking-vulcano-messicoSono l’unico rannicchiato per terra, con il mento sulle ginocchia. Mi è stata fatta la promessa che alle 2.30, al primissimo e timido albeggiare, se ne andrà il primo gruppo di scalatori, che continua la salita, così che io potrò accomodarmi di sopra in questi piani di legno. Le ore non passano più. Senza alcuna ombra di dubbio questa notte occupa il secondo posto nella classifica de “Le tre notti peggiori di sempre nella vita di Pietro Gamberini“. Guardo il cellulare ogni ora per vedere se si avvicinano le 2.30. Scopro che non si tratta di ogni ora, ma di dieci minuti. Il tempo è realmente fermo, non si muove. Io inizio a sentirmi congelare. Non riesco a chiudere occhio, per il freddo, perchè non posso sdraiarmi e perchè sono le nove di sera. Rimango tutta notte seduto con gli occhi sbarrati a fissare il vuoto nell’oscurità. Dopo qualche ora, tutt’intorno al bivacco, si iniziano a sentire gli ululati dei coyote. Ottimo, mi dico, ci mancavano i coyote. Una ragazza scende dalla sua branda improvvisata per uscire a fare plin plin. Io mi fingo dormiente se no, ne sono sicuro, alla vista di un pazzo maniaco che nel pieno della notte sta con gli occhi aperti spalancati, seduto al centro del piccolo bivacco, nello spazio di mezzo metro per uno, potrebbe inquietare un poco. Finalmente arrivano le 2.30 e salgo, augurando buona fortuna agli sventurati che a quell’ora, con tutto l’equipaggiamento da scalata, partono verso l’infinito e oltre. In quelle ore disperate in attesa del fatidico orario, paranoie e pensieri a palla. Storditi, sbagliati, malati. In più, le profezie dei tipi del turismo che si avveravano. Mal di testa incredibile dovuto all’altitudine, senso di vomito e il respiro che sembra sempre mancarti, ti senti soffocare ed ecco che arriva il respiro successivo, e ancora soffocare, ma puntuale quello dopo. Scopriremo poi che eravamo arrivati a 4800 metri di altezza. Della serie “Mamma, mi scalo il Monte Bianco e torno“. Abbiamo raggiunto il corrispettivo dell’altezza del monte più alto in tutta Europa.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ci svegliamo all’alba per fare le foto al primo sole della giornata. Colazione a base di pane e tonno per le mie amiche, e a base di tacos congelati per me. Ritorniamo giù a valle, rischiando più volte, nel mio caso, la morte a causa della terra friabile e delle mie scarpe da ginnastica. Salutiamo la neve, che siamo sicuri non rivedremo più qua in Messico. Arrivati alla base andiamo nei bagni della struttura “per turisti” per sistemarci un pò. Mentre mi accingo ad aprirmi la patta per liberarmi di fronte al pisciatoio ecco il genio del giorno iniziare a parlarmi. “Oh di dove sei?”. “Cristo sto per pisciare, ti pare il momento?”. Penso. “Vengo dall’Italia, ma vivo nel DF“. Dico. “Ah bene, e che fai nel DF?”. “Ma porca di quella troia non lo vedi in che cazzo di condizioni siamo?”. Penso. “Studio e lavoro“. Rispondo. “Ah ma dai! E dove?“. Il mio omino del cervello ha smesso di incazzarsi. La mia pipì timida si sente come la bruttina della scuola il giorno del Ballo di Fine Anno. “Nella Unam, Antropologia mentre collaboro con una ONG per i diritti umani“. “Nooo ma dai, io pure studio nella Unam, io economia!“. “Bene, sono felice“. Penso. “Bene, sono felice“. Dico. Decido di abbandonare i miei piani liberatori per dedicarmi a rassettarmi un pò. Mi lavo la faccia, mi lavo i denti. Intanto continua a parlarmi. Quanto stai, perchè in Messico, qual era il tuo colore preferito da piccolo. Ok l’ultima l’ho inventata. Esco, mi sfogo con le mie amiche dicendo di sto idiota che non mi lascia pisciare. Però ecco che in quel momento l’idiota si avvicina. “Abbiam noleggiato un collettivo – esordisce – che ci porta direttamente nel Df senza perdere tempo ad Amecameca e che ci costa la metà del prezzo normale, però partiamo ora, voi che fate?“. Da idiota diventa di colpo il nostro signore divino. Ci aggreghiamo di corsa, ma non prima di esser corsi in bagno per terminare i lavori in sospeso.

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