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Così sono Crudele. Così Forte sono e Dura.

NAIROBI. Un giorno come gli altri, quello di ieri. Una commissione da fare in centro, forse un appuntamento con un amico. Puoi essere indiano, cinese, keniota, non ha importanza. Sali su di un matatu, un minivan che funge da trasporto pubblico, nel quartiere di Pangani, e boom. Un’esplosione dall’interno, si dice. Quattro morti, oltre venti feriti, alcuni per sempre mutilati. Si scoprirà che una bomba, una granata era stata depositata o lanciata da ignoti; forse il gesto verrà rivendicato dai terroristi somali come in precedenza, ma, per ora, tutto è ancora avvolto nel mistero.

 Il Kenya, in questo periodo, è ben lontano dall’ideale di “trenini sulla spiaggia con Briatore”, stereotipo ancora ricorrente nelle televisioni di casa nostra. E’ una nazione in crescita, decisamente più democratica di altre, una testa di serie in quanto a risorse e potenzialità, ma incapace di fare i conti con corruzione e terrorismo, con quest’ultimo che ha avuto nell’anno solare 2013 il suo apice. Non serve infatti scomodare l’attentato al Centro Commerciale Westgate, ormai diventato un caso internazionale con oltre sessanta morti e 200 feriti, per dare un’idea realistica dell’attuale clima, decisamente bollente. Sono stati decine, negli ultimi mesi, gli attentati di piccola o media entità che non fanno notizia oltre i confini kenioti, ma che percorrono da nord a sud il paese, soffermandosi sulle coste, e che non destano grande interesse nei media in quanto riguardanti numeri ridotti di vittime. Quello accaduto ieri a Nairobi è stato addirittura il terzo attacco in una sola settimana: il primo 6 giorni fa, vicino alla città di Liboi, in cui 8 persone, tra cui 5 poliziotti, sono decedute. Il secondo, nella città di Wajir: in seguito ad un’esplosione all’interno di un negozietto, un uomo ha perso la vita.Market & Trash

Eppure, per strada, la cosa non sembra toccare la gente. Basta interpellare una tra le centinaia di guardie messe a presidio nei centri commerciali, armati di metal detector, per ottenere la solita, spiazzante replica: “Is enough to avoid crowded places, don‘t worry, are you scared?!”. Questa stessa identica risposta l’avevo ottenuta, sempre accompagnata da un lieve sorriso, anche pochi giorni prima, parlando con una coppia di amici, lui keniota, lei portoghese: hai forse paura? Tolto il fatto che è impossibile, in una megalopoli come Nairobi, evitare luoghi affollati, sembra quasi che volersi informare a riguardo, capirne le radici, e soprattutto tentare di cogliere come muoversi per il paese limitando i rischi al minimo, sia divenuto nel tempo sinonimo di apprensione, un po’ come l’amichetto sfigato che prima di partire per il campeggio chiede se la sera farà freschino e se è il caso di mettere la maglia della salute. Si nota una profonda divergenza tra la visione catastrofista riportata dai giornali stranieri, quella per cui si continua a riproporre il concetto di Africa = terzo mondo, irrecuperabile e selvaggiamente retrograda, figlia delle pulsioni primordiali, con una fin troppo radicata tendenza al fatalismo, certo più semplice, ma non più utile, da parte di chi vive in Kenya da molto tempo, stranieri compresi.

Ai tempi in cui vivevo da studente a Città del Messico, il grado di pericolosità non era inferiore. Secondo El Universal gli omicidi erano appena divenuti la principale causa di morte tra i giovani, superando addirittura gli incidenti stradali. Eppure la maniera di porsi a riguardo, era caratterizzata da un sano e cinico realismo, nel trattare i fatti di cronaca più efferati, come quando si ritrovarono gettati ed abbandonati in un parco una decina di corpi nudi: non si sminuiscono, non si finge di niente, ma al tempo stesso “non ci si può fare molto”. A Nairobi sembra non ci si stupisca di nulla, e che viga una sorta di omertà lassista. Proprio sotto casa mia, in concomitanza con l’attentato al matatu nel quartiere di Pangani, era in atto una manifestazione studentesca. Un centinaio di ragazzi si era riversato in strada nell’ora di punta serale, quando il traffico è intenso e la gente torna da lavoro. Nel giro di mezz’ora la manifestazione assume tinte violente, e pericolose: i primi cretini iniziano a urlare come scimmie, altri li imitano fino a che tutti, nessuno escluso, sembrano  usciti da un Jumanji di seconda categoria, atteggiandosi in maniera scomposta, stramba, come posseduti. Qualcuno raccoglie pietre e mattoni, iniziano a tirarle contro le auto di passaggio. Dopo pochi secondi altri si accodano e fanno lo stesso, condividendo tra cento individui lo stesso neurone. La situazione degenera: le auto più temerarie, o quelle che non colgono la gravità della situazione, tentano disperatamente di passare il cordone, ma si ritrovano con i vetri spaccati e tanta, tanta paura, mentre persone comuni poco più lontano tentano di avvisare i conducenti prima che sia troppo tardi. Si passa al grottesco: alcune moto ed altri mezzi si avvicinano senza rendersi conto di cosa sta capitando. Ragazzi in cerca di esaltazione iniziano a correr loro incontro, urlando, armati di pietre e bastoni. Dal terrazzo vedo i motori sterzare di colpo e scappare a gambe levate, ma per qualcuno è troppo tardi e riporterà alla meno peggio ingenti danni materiali. Non importa se si trattava di un commerciante, un direttore di banca o un venditore ambulante di canna da zucchero. Non importa se aveva un figlio piccolo nei sedili posteriori, o se era ancora alla prima rata dell’assicurazione. Pur avendo fatto la segnalazione a chi di dovere, la polizia non si è vista per tutta la durata degli scontri, neanche quando sono partiti i botti, probabilmente petardi di grosse dimensioni, alla peggio qualche sparo per aria da parte dei manifestanti.

 Parlandone con un amico del luogo, ora in Europa, con il solito fare scanzonato mi viene replicato: “Te tutto bene?” “Certo, che domande” “Allora a posto – ridacchiando – Son cose normali”. Questa cosa della “faciloneria”, del dare risposte sommarie, è fin troppo frequente, e ne sono affetti anche nostri conterranei europei da molti anni stabilitisi a queste latitudini. Le mie perplessità si riducono a paure di un bimbo, le mie domande mozzate, la mia volontà di capire relegata ad un pat pat.

Vorrei replicare che no, non è normale, e che non si tratta di una competizione su chi sia più temerario. Ma qualcosa mi trapassa il cervello. Inizio a rendermi conto che non basta recarsi dove le cose accadono per capire come gira veramente il mondo: la biografia e le esperienze dei singoli alterano qualsiasi prospettiva, impediscono una panoramica attendibile, impediscono il cambiamento facendoti precipitare nel relativismo più becero. Quel relativismo secondo cui tutti hanno potenzialmente ragione, non esiste buono o cattivo e tutto sembra inutile. Inizi a chiederti cosa ci fai qui, se era forse meglio starsene a casina, prima di dover salutare coloro a cui vuoi bene. Poi ritorna la ragione, capisci che erano – in parte – fantasie. Torni a ricordare che le cose occorre viverle personalmente, per avere una propria visione d’insieme, per evitare pregiudizi basati su pelle olivastra e preconcetti di lombrosiana memoria, per sfidare le ritrosie dell’animo e soprattutto capire quanto possa valere la tua vita, e che puoi, per un attimo, rubarla alla morte, se riuscirai a viverla appieno. E che si, esistono giusto e sbagliato, esiste il buono ed esiste il cattivo e che su alcuni concetti non si può soprassedere o fare finta di nulla. Stasera i “manifestanti” sono tornati a urlare scompostamente. A ricordarmi quanto, volenti o nolenti, a queste latitudini tutto dipenda dalla volontà altrui, e quanto tu sia impotente di fronte alle masse. Senza nulla togliere al mal d’Africa, ciò che sto tastando con mano è quanto l’Africa stia ancora male. Fin nelle sue più complesse radici sociopolitiche, si annidano ragnatele di problemi difficilmente districabili a breve. Spero di sbagliarmi e di cambiare idea col tempo, perché la fiducia che ripongo in milioni di serie persone non venga disillusa dai gesti disperati di un singolo. E a fine gennaio possa prendere l’aereo di ritorno con il dispiacere di lasciare, per il momento, queste terre.

“Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo, posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora e tu del tempo non sei più signora”.

2 Comments

  1. un ultimo capoverso davvero intenso

  2. Sul neurone condiviso da una massa di individui le cose stanno allo stesso modo anche da queste parti, e non solo su questo.

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