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Carcere, Indigeni e Bus di Lusso

La ONG per cui lavoro mi chiede di partire con un paio di colleghi per lo stato di Guerrero, tutto a loro spese. Faró parte di un piano ben preciso e, in più, a loro avviso, sará qualcosa di estremamente formativo a livello personale. L’obiettivo è entrare nel carcere di Tlapa, dove è reclusa Zenaida Pastrano, indigena condannata, ma senza condanna. Una innocente in più costretta dietro alle sbarre da una sentenza mai arrivata. Si chiama Prigione Preventiva. Ma si legge Butto-dentro-il-primo-sfigato-che-incontro-per-la-strada. Se non parla spagnolo ancora meglio, non può difendersi.

2-3 Maggio 2012

Mi incontro la notte del primo maggio alla stazione degli autobus con i colleghi. Il nostro team è formato da un avvocato, colui che ci dirige, un antropologo, da anni coinvolto nei diritti dell’uomo, due documentaristi e un giornalista. Quest’ultimo, bé… dovrei essere io. Prima delle 22.50, orario di partenza, Renè, l’avvocato, ci riunisce al barettino, di fronte a una cioccolata, per illustrarci il piano. L’obiettivo è mettere pressione al giudice, perchè all’udienza di quel giorno non si lasci marcire il caso di Zenaida, come sempre accade quando gli agenti inOLYMPUS DIGITAL CAMERAcastrano indigeni per non sbattere in carcere chi li ha corrotti. É abitudine addirittura che alle udienze obblighino il recluso, in questo caso illetterato, a firmare i documenti, senza che giudice mai appaia in aula. E, in questa maniera, o non ricevono mai sentenza, o si firmano senza saperlo l’auto-condanna: stupidi indigeni ignoranti. René comincia a darci i ruoli per non lasciare nulla al caso. Luis Jorge, l’antropologo, è infatti anche apprendista avvocato. Uno dei due documentaristi, di ascendenza USA. L’altro documentarista, un inviato di Amnesty International Messicana. Fino al sottoscritto, giornalista italiano. Ci racconta che l’ultima volta che lui e un collega andarono in quel carcere, usciti si resero conto di essere seguiti e pedinati. Mai mettersi contro la polizia, specie se giudiziaria. La cosa, ammetto, mi inizia a inquietare un poco.
Dopo un viaggio notturno arriviamo a Tlapa de Guerrero. Fa caldo. Colazione a base di cecina – un tipo di carne (ancora non ero vegetariano) – tacos e riso, ci vestiamo. Metto la camicia appena comprata e gli occhiali, sperando che, con quel poco di barbetta che mi ritrovo, possa meritare un occhio di rispetto e non passare per un giovincello. I documentaristi preparano il loro materiale. così che arriviamo ed entriamo finalmente in carcere. Fa molto caldo: ci chiedono i documenti e neanche mi accorgo delle armi giganti che hanno in mano. Troppo abituato al Messico, troppo abituato al DF. Porgo la mia Fm3, perchè vedano che sono veramente italiano e si “mettano tensione” come spesso accade per chi ha la coda di paglia. E, per quanto assurdo, mentre entriamo, vedo con la coda dell’occhio che i poliziotti si stanno veramente passando la mia tessera dicendosi “Guarda, guarda viene dall’Italia“. Una volta dentro parliamo con Zenaida, che non comunicando in spagnolo, usa suo nipote, anche lui recluso, come traduttore. Le diciamo di non disperarsi, che l’udienza andrà bene. Nel frattempo, guardo in giro per capire come funziona la carcere di qua. La cosa piú interessante sono i negozietti improvvisati creati dai reclusi: i custodi permettono loro di fare lavoretti per guadagnare qualche peso. Tutti i detenuti ci guardano. Tutti i detenuti si accalcano. Nella grata dove prima stava la nostra assistita ora decine di occhi ci guardano, decine di dita si mescolano al freddo delle sbarre.OLYMPUS DIGITAL CAMERA Chiedono aiuto, dicono di essere innocenti, vedono che siamo dei diritti umani. Renè parla con alcuni. Pare lui sia ormai abituato a capire chi dice cazzate e chi veramente è dentro anche se innocente. Usciamo e mi riprendo il documento, per incontrare il giudice che ancora non è arrivato. Di fronte al segretario, nell’attesa, fingo di non capire di che parlano, come da copione, e chiedo in Italiano a Renè cosa si stiano dicendo. Lui mi risponde in un italiano maccheronico e io annuisco come se stessi capendo. Il fattore esotico continua a far sudare freddo. Ci sistemiamo lì fuori in attesa.
Tra di noi iniziamo a parlare in inglese. Dice Renè che se anche non è perfetto, nessuno di loro lo capirá. E la cosa, in effetti, li agita ancor di piú. Spariamo un sacco di boiate, ma sono contento di rispolverare il mio inglese in quel contesto. Nel frattempo da dentro, negli uffici, un gran brusio. Tutti si stanno dando da fare. Scartabellano documenti, si parlano fittamente. Spesso e volentieri ci guardano dietro alle finestre, affacciandosi dai colletti sudaticci delle camicie economiche che indossano. Per poi riprendere a scartabellare frenetici. Ora capisco il Papa cosa prova. Ci mandano due guardie, appostate dietro un compensato di legno, ad ascoltare di nascosto che diciamo. Ma René giá sa come funzionano queste cose e ci avvisa. “Non parlate in spagnolo, solo se capiscono che veniamo da diversi paesi faranno il loro lavoro“. Un’altra guardia ci chiede, timida ed impacciata, di scrivergli su un foglio la traduzione di “guero“, forma colloquiale per definire quelli biondi di carnagione chiara. Glielo scriviamo in Inglese e Italiano. Si ripone il foglietto in tasca come fosse un autografo di Cristiano Malgioglio alla sagra del fritto.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ci chiamano dentro, ma sarà il giudice in persona a riceverci nel suo ufficio. Dopo una breve attesa, la segretaria ci chiede nomi, cognomi e per quali agenzie o testate lavoriamo. René mi consigliava di dire la Repubblica o il Fatto Quotidiano. Io, orgoglioso, dico la veritá. Per ora solo Rivista Ps e potenzialmente E-Il Mensile, segni pure. Non riesce a scrivere questi due nomi. Faccio lo spelling. Ancora non riesce. Mi viene in mente l’articolo letto qualche settimana prima, in cui si diceva che quindicimila impiegati pubblici di carceri, ospedali e strutture varie, sono analfabeti. Tremo pensando a quei poveretti condannati grazie anche all’incompetenza di sti quattro stronzi. Entriamo nell’ufficetto del giudice che ci accoglie tutto salterino e vispo: ha una tensione addosso palpabile, ma la faccia da burattino imbarazzato. René comincia a spiegargli che per quattro volte han mandato in appello il caso di Zenaida e che per quattro volte non é stato portato a termine con una sentenza. Ci presenta uno per uno e lui inizia a fissare me ed il presunto gringo, vale a dire quelli palesemente più stranieri. Non si tratta affatto di uno sguardo d’indagine, oh no. É lo sguardo di chi sta di fronte ai suoi esaminatori e non ha studiato. E io, dannazione, sono nel pessimo ruolo dell’esaminatore, in cui non mi ci ritrovo proprio per niente.

Al momento di ricevere la parola, il giudice inizia a spiegare come lui sia qui da solo un anno e che non é certo il tipo da dire “Se tutti i giudici precedenti han fatto cosí, io firmo i documenti e lascio le cose come sono“. Afferma, al contrario, di “Esser serio e far tutti i controlli del caso“. Si, aggiungerei io, fatti il controllo della prostata visto che tra poco ci bagni il pavimento. Mentre parla prendo appunti nel mio blocchetto. Noto che questa cosa lo distrugge, attira il suo sguardo. Avverto uno strano senso di potere con quel blocchetto. Ogni volta che striscio velocemente la punta d’inchiostro, si agita di piú nel cercare le parole piú adeguate e formali. Penso che solo una donna simulando una fellatio con una banana potrebbe ottenere lo stesso effetto. Quando si dice il potere della carta stampata.
Dopo alcune domande da parte di noi giornalisti, ci congediamo e usciamo in attesa dell’udienza. Incredibilmente, avviene dopo pochissimo: chiamano Zenaida, che si appiccica alle sbarre che danno sull’ufficio; il segretario incaricato inizia la pratica, ma, cosa MAI capitata in precedenza a René e Luis Jorge, il giudice in persona viene a presenziare e guidare il tutto. Viene chiamato a deporre il Ministero Pubblico nella persona di un ometto piccolo coi baffi. E’ l’accusa. Schiacciato dal peso della situazione, dice due stupidaggini formali, non motiva niente e torna a sedersi. Sa di non avere idea di quel caso e non vuole impelagarsi troppo. Tocca poi a René, che, come nel miglior Ally McBeal, straccia tutti. Ci dicono, finita l’udienza, che in soli 20 giorni giá uscirá la sentenza. OLYMPUS DIGITAL CAMERAMai sentito prima. Ah dimenticavo di accennare al fatto che durante tutta l’udienza i due documentaristi sbattevano le reflex in faccia ai presenti filmando il tutto. Roba che chiunque ci pensa due volte a fare cagate. Il giudice alla fine vuole che gli vengano fatte due foto. Per i posteri. Per i magazine. Per la fama. Provate solo a immaginare, senza la pressione dei media, quanti processi non vengono portati a termine, quanto pressapochista è il lavoro di queste gente che può permettersi, tra tangenti e superficialità, di mandare in carcere a vita chi vogliono, basta sia tlapaneco, ovvero basta non possa replicare in spagnolo.

Dopo interminabili cambi di bus, taxi e peseros, e dopo aver salutato René che torna al Df, arriviamo ad Ayutla de los Libres, un pueblito in cui stanno, fuori-fuori-fuori cittá, i tre nativi giá liberati in precedenza. Entro per la prima volta in un villaggio indigeno di tlapanecos e mixtecos. Incontriamo la nostra “guida”. Pedro Gatica, mio omonimo di 28 anni che ho conosciuto per caso negli uffici della ONG, a cui avevo fatto una delle interviste piú toccanti della mia vita (a breve disponibile nella sezione Interviste, ndr). Lui era stato rinchiuso senza aver combinato nulla a 16 anni, ed é uscito solo quest’anno grazie solo alla pressione della associazione con cui collaboro. Mi fa piacere re-incontrarlo. Dove siamo diretti si svela innanzi a noi un ambiente a dir poco divino. Bucolico e divino. Se non fosse che non c’é acqua. E non hanno soldi. I due documentaristi iniziano a riprendere, a fare interviste a tutti i personaggi delle vicende giuridiche del passato. Fa un caldo da morire. Con la gola secca vediamo che il figlio del vecchio Panfilo – un anziano di queste terre, da poco liberato dalla Ong – ci sta portando dei cocchi enormi, e di un verde mai visto prima. Ce li apre e ce li offre. Bere con la cannuccia direttamente da un cocco apertomi col machete da un locale in un pueblo indigeno. Mi sento quasi antropologo d’altri tempi.

Finite le interviste corriamo a prendere un taxi che ci porti ad Acapulco, la cittá piú vicina dove prendere i bus per il DF. Il primo disponibile è alle 20, ma si tratta di uno di super lusso. Quello dopo sarà solo alle 23.30. Quindi, dopo esserci fatti due conti, compriamo i biglietti di quello figo. Mancano 15 minuti alla partenza. Chiedo a Luis Jorge e ai due documentaristi di concedermi l’enorme favore di toccare la spiaggia di Acapulco e l’acqua del Pacifico: non ci torneró piú qua, giá lo so. Enorme perché rischiamo, con questa stupidaggine, di perdere il costosissimo autobus appena prenotato. Me lo concedono, ma dobbiamo correre come folli. Arriviamo trafelati alla spiaggia con tutti che ci guardano. OLYMPUS DIGITAL CAMERACorro al mare e tocco l’acqua. Caldissima, ora sono felice. Scatto un paio di foto, un cretino mi fa il segno di vittoria dalla spiaggia, gli voglio bene. Torniamo al bus che sta partendo in quell’istante, sudati come non mai. Luis Jorge passa dalla sala d’attesa vip, quella del nostro costosissimo bus. Apre un frigo e prende una lattina. Mi si illuminano gli occhi. “Ma.. ma.. gratis??“. Urlo. Non mi risponde, giá sta correndo perché il bus sta partendo. Apro il frigo e prego Dio, Hunab Ku e tutti i santi che mi facciano crescere piú dita. Afferro tutto quello che si mostra agli occhi e corro. Una volta entrati, ci accorgiamo che ogni posto ha il televisore personale da cui scegliere il proprio film favorito. Rilassatomi e deviando il gettito di aria condizionata gelida dal mio corpo sudato, scelgo “El escritor fantasma“, gringa, e “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore. Sottotilato in spagnolo, perché in lingua originale. Ritornare a casa in un bus di lusso dopo una due giorni del genere guardando un film che parla italiano. Avrò molto da realizzare a posteriori, in un mondo di ingiustizie coincidenti e viaggi dentro e fuori di loro. Ma, per ora, quel bambino italiano che impara i rudimenti del montaggio cinematografico è tutto ciò cui voglio pensare.

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